L’impiccato speciale

Questo è un blog contrario alla pena di morte, sempre e nei confronti di chiunque. Detto questo, con Saddam un altro dittatore se n’ è andato. Mussolini e Ceausescu sono solo due tra i nomi di illustri colleghi di patibolo che corrono alla mente, triste contraltare a quanti invece riusciti ad esalare l’ultimo respiro nel proprio letto, magari per vecchiaia e malgrado la disapprovazione più o meno malcelata di oppositori non sempre onestamente dichiarati. Ma l’ira dei popoli è implacabile e ci sono processi storici che semplicemente non possono essere arrestati e tantomeno giudicati, soprattutto se dall’esterno e dalla posizione confortevole di chi ha la fortuna di potersi dire coinvolto tutt’al più sul piano emotivo. Il che non è poco ma neanche sufficiente per giudicare, ammesso che per farlo lo sia invece un coinvolgimento più profondo e personale nel tritacarne della storia.

Così anche per le guerre. Perché, si dà il caso, essere interventisti alla vigilia di un conflitto non significa avere necessariamente meno a cuore le sorti dell’umanità o in odio la violenza. A meno di non sprofondare goffamente nelle solite secche delle generalizzazioni di sentimenti e semplificazioni di schieramenti cui il dibattito sulla rete (e non solo) abitua sempre di più e sempre più prevedibilmente, diventando non solo noioso ma anche ben più disumano delle intenzioni più meritevoli. A meno di non ignorare il dolore iscritto dai fatti della storia nelle coscienze delle nazioni, che ha come presupposti la conoscenza non selettiva degli stessi fatti e la loro ricaduta culturale per quelle nazioni. Come non ha quindi senso chiedersi se le guerre, compresa quella irachena, siano giuste perché risultante tragicamente semplice di processi che scavalcano la dimensione umana come il dolore che le ha provocate, non lo è, purtroppo, neanche interrogarsi sull’accettabilità dell’esecuzione della sentenza che toglie la vita a chi ha avuto migliaia di morti su una coscienza solo eventuale.

Perché, piaccia o no ai facili esegeti del pacifismo prêt-à-porter, nella storia vale in questo caso come sempre il principio dell’hic et nunc. La storia, persino quella delle "pietre miliari" care a Bush e a chi a queste in fondo pensa di poter ridurre la stessa, avviene sempre nel qui ed ora di un contesto sempre relativo e quindi tragicamente fatto su misura. La storia costa molto, molto più di quanto si pensi di poterla svalutare con espressioni assolute, comode e pronte da indossare. Cheap is chic? Non dalle parti della storia [ update: ma solo per rimanere in metafora modaiola, perché di fatto si fonda sempre e innanzitutto sui ciottoli del non-événémentiel, come il dibattito storiografico contemporaneo ci ha insegnato. Ammesso che essi costino poco, hanno sempre e di sicuro un valore inestimabile ]

E si dà il caso che il contesto di una guerra civile sanguinosa soltanto preceduta da un conflitto lacerante come pochi, ma anche da decenni di altre guerre certamente non meno disumane solo perché meno visibili o documentate, o dalla sistematizzazione dello sterminio come strumento di affermazione del potere, non siano la situazione ideale per maturare una sensibilità orientata alla tutela incondizionata della vita. E tantomeno per la sua assunzione a fondamento dei principi ispiratori del percorso di costruzione di uno stato le cui istituzioni siano libere da forme di imposizione autoritaria ed espressione di una scelta autenticamente democratica della popolazione.

Dove per scelta democratica si intende qualcosa di profondamente diverso dall’inalazione forzata di qualche ettolitro di gas letali anche per donne, vecchi e bambini persino se le modalità di quel cambiamento hanno, come avviene in Iraq, una tradizione tutt’altro che schizzinosa in termini di rispetto di antichi retaggi politici locali comunque imposti, garantiti o anche solo mediati da Saddam con la violenza. Figurarsi se la transizione avvenisse secondo criteri attenti a salvare la parte eventualmente più meritevole di tutela della situazione preesistente. A prescindere dal merito sulla sua effettiva necessità, che non compete a nessuno perché è semplicemente ozioso e buono solo ad alimentare ulteriori odi tra i popoli, quel percorso di costruzione statale in Iraq è in atto da tempo, e chissà quando finirà. Certo è ben lontano dall’offrire al momento i suoi frutti più edificanti, ma inizia ad acquisire legittimità solo nell’unica prospettiva sensata di un’accettazione non ideologica, e ovviamente mediata da un orizzonte temporale estraneo a criteri di monitoraggio di avancassa da grande distribuzione organizzata, degli accadimenti che fino all’Iraq, in Iraq e dall’Iraq coinvolgono il genere umano. Una prospettiva disposta cioè a non sbarazzarsi sbrigativamente dei se e dei ma con cui molti sperano di riavvolgere il nastro della storia, salvo tralasciarne alcuni che non possono essere frutto di casuale distrazione, ma sono sempre effetto di volontaria e squallida aberrazione. Buona solo per un consumo interno.

Come quelle sviste che, nel giorno dell’esecuzione di Saddam, portano a dimenticare di immedesimarsi nel cittadino iracheno medio, o anche solo nel comune sentire di una minoranza per l’occasione trascurata dei suoi connazionali, per esprimere il solito e scontato biasimo per la soppressione dell’ennesima vita, mentre pasteggia a panettone e spumante.
[ Weekend OpenTrackback @ The Right Nation ]

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2 commenti a “L’impiccato speciale”


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