La morte di Welby, tra Ippocrate, Ovidio e Cappato

Nell’era della comunicazione globale, si comunica troppo e male. Davanti alla morte ci vuole rispetto, e il silenzio ne è da sempre una componente fondamentale. Invece il dibattito politico e mediatico è stato e sarà per lo più strumentale, sebbene in certi casi il rischio di non condurlo in modo sensato sia sempre dietro l’angolo anche per chi ha le migliori intenzioni, e la retorica contestazionistica anche. Fermo restando che davanti alla morte la politica debba fare un passo indietro contando solo la relazione medico-paziente per gestire un rapporto troppo grande e complesso per la dimensione umana, che paradossalmente è l’unica a doverlo affrontare. A condizione, beninteso, che il medico si trovi al posto giusto. D’altra parte, mi sembra che lo stesso dibattito legato al caso Welby sia scaturito per decisione dello stesso Welby, che per questo va ringraziato, nonostante le speculazioni di chi ha cavalcato la sua sofferenza per portare avanti un progetto partitico. Ed è vero anche che la politica non può abbandonare i medici nella solitudine di decisioni troppo grandi per tutti loro, soprattutto per quei non pochi che tra loro chiaramente non lo sanno. Ma le leggi degli uomini sono davvero tutto? Tra le chiamate arrivate in diretta a Radio Radicale dopo la conferenza stampa, mi pare comunque degno di riflessione sempre aperta e dubitativa, e mai scontato, lo spunto relativo alle responsabilità da qualunque medico qualunque vero medico assunte nei confronti dei propri simili mediante il giuramento di Ippocrate e l’ideale lascito della Scuola Medica Salernitana, che fin dagli albori della società umana hanno illuminato le tenebre del rapporto vita-morte dell’uomo attraverso decine di secoli di storia non solo medica, ma anche e soprattutto civile, culturale e morale. Anche a prescindere dall’influenza della tradizione spirituale cristiana, tanto per capirsi. Tempus edax rerum.

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