La cultura di Ru-telly: “Grandi Restauri S.p.A.”

L’evento è quello ufficiale e azzimato dell”ennesimo "Restauro-di-Stato-finanziato-dal-Ministero", e il Ministro della cultura Rutelli non rinuncia all’occasione per rispolverare il consueto frasario vetusto e stereotipato: restituire ‘uno dei luoghi piu’ belli del mondo - per stratificazione storica, artistica e architettonica’. Manca solo la solita, disumana e oggi scientificamente inaccettabile formula del ritorno all’antico splendore ancora oggi scelleratamente in auge nell’ambito giornalistico più inconsapevolmente indifferente alla storia della cultura e inaugurata durante la stagione ottocentesca del "restauro stilistico", in cui si decretava arbitrariamente la sopravvivenza delle membrature architettoniche a seconda dello stile e quindi dell’epoca che altrettanto arbitrariamente si intendeva privilegiare, cancellando senza scrupolo di sorta qualunque altra traccia di cultura artistica stratificata esistente sul manufatto, e liquidandola come inutile superfetazione.

Un atteggiamento che la cultura architettonica più avvertita oggi pare aver superato a favore di una scelta conservativa integrale, contribuendo anche all’ostracismo dello stesso termine "restauro", da considerare inestricabilmente legato alle suddette, inaccettabili pratiche di saccheggio e devastazione di un patrimonio culturale da intendersi globalmente meritevole della stessa attenzione manutentiva in tutte le sue espressioni materiali e a prescindere dall’ascendenza a soglie cronologiche considerate "ideali". Ma c’è chi se ne infischia, e parla ancora di "straordinario risultato ottenuto togliendo qualche mano di intonaco". Come se l’intonaco non avesse una sua complessità storica e tecnologica che lo rende in tutto assimilabile ai materiali lapidei, come se non risentisse della ricchezza dei magisteri costruttivi stratificati e depositati sulla fabbrica nel tempo. Perché il punto non è tanto discutere se "valgano" di più un affresco due o trecentesco oppure gli intonaci che gli si sono sovrapposti. E che potrebbero essere, per i furiosi picconatori alla ricerca dell’immagine o dello stile "originari", scandalosamente irrilevanti (settecenteschi? ottocenteschi? Chissenefrega!) perché non rispondenti a canoni estetici storico-artistici di natura selettiva che con il cantiere conservativo non dovrebbero avere nulla a che fare.

Ogni cantiere di "restauro" pone un problema di approccio progettuale che presenta un’inevitabile soglia critica, ovvero introduce la necessità di una scelta. Tra queste, quella di valorizzare l’eventuale esistenza di un tesoro storico artistico di percezione e gradimento più immediati rappresenta sicuramente la più facile, oltre che quella di maggiore appeal politico-propagandistico e in termini di immagine mediatica. A chi preferisce assumere il ruolo neoromantico di inquieto ma benevolo Principe della Cultura alle prese con i travagli del multiforme, vasto e sconosciuto patrimonio culturale ai fini di un recupero dominato dall’estetica della valorizzazione delle sole emergenze storico-artistiche e monumentali secondo priorità prettamente turistico-alberghiere, poco importerà che tale scelta comporti la distruzione di materia comunque segnata dal tempo e quindi dalla cultura umana. Anche perché nessuno, in quel cantiere, si è probabilmente disturbato a darle uno sguardo, forse perché non supportato dalle figure professionali che possedessero quantomeno i rudimenti per una sua valutazione storica e scientifico-tecnica anche approssimativa.

Probabilmente, in fondo, il restauro si è mosso nella direzione per la quale avrebbero a malincuore optato anche gli operatori più sensibili alle ragioni del rispetto materiale indifferenziato, nel senso che permettere agli affreschi del monastero dei Santi Quattro al Celio di "tornare a vedere la luce" o ricevere una adeguata fruizione visiva (che si sarebbe potuta anche far solo intuire con il supporto di altrettanto adeguati pannelli esplicativi e delle possibilità di indagine e rappresentazione offerte dalle tecnologie digitali) potrebbe effettivamente aver rappresentato l’opzione progettuale più motivata. Ma il punto non è questo. Il punto è l’indecenza implicita nell’aver proposto quelle modalità di intervento come scontate senza aver comunicato assolutamente nulla del necessario travaglio che dovrebbe invece impossessarsi dell’operatore in un simile cantiere alle prese con la decisione di sacrificare alcune tracce a vantaggio di altre, e che appunto deriva dalla conoscenza di una valenza culturale della materia stratificata storicamente senza selezioni pregiudiziali di sorta e nella sua interezza, unico presupposto per deciderne le sorti con adeguata consapevolezza anziché affidarsi, nel migliore dei casi, alle verosimili smanie storicistiche del caso.

Nonostante la politica culturale cara a Rutelli, quell’epoca del restauro è finita da un pezzo e chiunque sia alle prese non solo con la gestione, ma anche con la comunicazione relative ad un cantiere che abbia per oggetto di intervento un patrimonio culturale stratificato degno di un rispetto privo di condizioni, ovvero un palinsesto in cui preservare l’eventuale disordine o mancata rispondenza ad un’immagine esistente solo nelle intenzioni di un pessimo operatore dei beni culturali è sinonimo non di perdita bensì di arricchimento culturale, farebbe bene a rendersene conto prima di sprofondare nel ridicolo ad ogni goffo tentativo di espressione.

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