Un nodo da sciogliere

Sul Corriere di oggi, Pierluigi Battista definisce una perdita di tempo con paragoni storici infondati e pretestuosi l’uso del termine "regime" per definire l’attuale situazione politica, proponendola come nuovo esempio di abuso linguistico in margine ai messaggi lanciati da Piazza San Giovanni in Laterano, e inorridendo per la presunta incompatibilità del suo significato con la brevità del quinquennio della legislatura. A parte il fatto che la microstoria insegna che i regimi possono nascere e morire in un batter d’occhi provocando danni irreparabili, trovo personalmente molto più infondato sul piano storico, all’alba del ventunesimo secolo, perché ingenuamente e genericamente storicista, ovvero riconducibile ad una logica di metodo storico vecchiotta di almeno un secolo che attribuisce agli intricati percorsi del fare umano uno svolgimento lineare e tutto in positivo, il rifiuto di applicare uno stesso termine a situazioni simili ma non geometricamente sovrapponibili. Rifiuto che presuppone un’aspirazione semplicemente incompatibile con la stessa irripetibilità, complessità e irriducibilità della storia a qualcosa di tanto elementare da poter essere paragonata ad un bigino da scuola media o alla ricetta di un’insalata di stagione.

E’ ovvio che definire l’italietta di oggi usando il termine che fa arricciare il naso a chi è impaziente di assimilarne la prospettiva sociopolitica e culturale ad uno scenario da agorà ateniese del V secolo a.C. non equivale ad attribuirgli i significati di repressione omicida del dissenso che poteva avere per le tirannidi fascista o stalinista o di livello altrettanto autoritario e antidemocratico. E ci mancherebbe. Ma questa generosa elargizione di spazi di legittima e libera espressione, ben lungi dal poter rappresentare una forma di consolazione per gli Italiani, non significa che dovremmo una qualsiasi forma di gratitudine a personaggi della statura di un Prodi, di un Bertinotti o di un D’Alema qualsiasi. Anzi. E lo dico nonostante i toni di paternalistica concessione con cui ultimamente Sinistralia ha l’abitudine di chiosare qualsiasi iniziativa dell’avversario politico, bontà sua.

Ma forse Battista dimentica che si può essere antidemocratici, e dare luogo ad un regime politicamente e culturalmente violento, ma comunque ad un regime, e quindi qualcosa di comunque becero e sgradevolmente opprimente quando non apertamente autoritario o criminale, anche senza torcere un solo capello all’avversario. E’ possibile danneggiare pesantemente e pure uccidere una o più persone anche più subdolamente e mefistofelicamente, nel giudizio espresso sulle loro azioni, anche screditandole con la disonestà, manipolando l’ignoranza delle masse con il populismo e la demagogia della comunicazione ai vari livelli spacciata magari per cultura eventualmente alternativa (spesso neanche al macero), promuovendo il pressapochismo e la disinformazione allo status di canone esistenziale, eleggendo al rango di soubrette squallide primedonne dell’informazione stampata o declamata capaci soltanto di ergersi a paladini di un’obiettività di memoria tutta pravdiana e di gettare fango e mistificazione addosso al prossimo. Soprattutto se ha fatto qualcosa che torna scomodo e di cui non si riesce a farsi una ragione se non con le armi della maldicenza, della faziosità spacciata per malinteso senso del dovere e del protagonismo più pietosamente narcisista. E ancora, stringendo turpi alleanze con interi pezzi dell’organigramma costituzionale e del tessuto economico-sociale o affossando in un baratro di inconsapevole incuria il lascito culturale e spirituale delle generazioni precedenti senza peraltro fornire alle nuove modelli culturali alternativi con cui impedire loro di annullare un senso critico sprofondato in una melma di spontaneismo solidaristico, di pacifismo pacchianamente fasullo e di retorica dei buoni sentimenti che nel mio vocabolario hanno un solo nome: ignoranza.

La chiamano violenza psicologica e morale, ma nell’Italia allineata, priva di valori e organica al potere di oggi, ma che non coincide soltanto (ma prevalentemente) con quella del precipizio che ha seguito la risicata affermazione del centrosinistra alle ultime elezioni, traendo origine da una ben più antica noncuranza delle proprie radici, è molto di più: è un vuoto esistenziale cui sarebbe disumano e sacrilego attribuire il rango di fenomeno culturale o anche solo antropologico, perché solitamente tale da rasentare una bestialità quotidiana di cui qualcuno riesce persino ad andare fiero. Ovvero, un modus vivendi che elegge a criterio di vaga e sostanzialmente inconsapevole organizzazione del branco di simili le pulsioni del disimpegno più materialista, del più rozzo rifiuto delle istituzioni, dell’indifferenza più acritica e ignara a qualunque capacità di oggettivazione mentale e alla più elementare tensione non dico vagamente spirituale, laddove una vocazione all’ateismo sarebbe un lusso, ma persino teoretico-astratta, in una brodaglia di disimpegno globalizzato proiettato esclusivamente, e nel migliore dei casi, sul presente. Cioè la fuoriuscita dal novero delle nazioni civilizzate di questo povero paese sfregiato dalla mancanza di slancio vitale e incapace del minimo senso dell’ascolto e del rispetto per la propria identità culturale. Ecco che cosa intendevo per regime.

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