“Cara, c’è un gatto brevettato sul divano”

Solitamente, chi è più sensibile al fascino della natura nella sua espressione più immediata e autentica non fa mistero delle proprie resistenze di ordine morale di fronte alla semplice idea di un organismo geneticamente modificato. Stranamente, però, dimostra spesso molta freddezza in meno nei confronti dei risultati più strabilianti e futuribili delle scoperte scientifiche che alla produzione di quegli OGM hanno spianato la strada, ovvero quelle sulla mappatura genetica delle più svariate varietà vegetali e animali, fino alla decodifica dell’intero patrimonio genetico della stessa specie umana.

Certo il tema è complesso perché interseca questioni etiche, religiose e mediche di varia portata, non ultime quelle relative alla possibilità di ridurre la sofferenza umana in caso di esposizione a situazioni potenzialmente dannose o patogene. Per non parlare delle applicazioni delle biotecnologie in ambito chimico-farmaceutico, con l’opportunità di modificare con varie finalità terapeutiche le più diverse molecole esistenti in natura. Ma è probabilmente con l’introduzione delle biotecnologie nella sfera del quotidiano e del superfluo che le riserve etiche si fanno più pressanti.

E’ accettabile che si modifichino i geni di una specie animale come quella del gatto domestico solamente per risolvere il problema di una convivenza altrimenti alquanto invalidante agli amanti dei felini che sono però allergici alla proteina contenuta nel suo pelo? Ed è lecito considerare trascurabile il loro desiderio di allietare la propria esistenza con la compagnia della bestiola preferita senza ricorrere all’uso massiccio di antistaminici, prove allergiche e filtri per l’aria?

Interrogativi non necessariamente al centro dell’attività di un’azienda del settore biotecnologico di San Diego, California, che ha individuato il gene responsabile del controllo della suddetta proteina nel gatto domestico per selezionare una razza di esemplari ipoallergenici e metterli in vendita alla non modica cifra di 4.000$. Il che significa che i cuccioli da questi generati presentano un livello di rischio di provocare una reazione allergica nell’uomo considerato basso per la maggior parte di quanti comunemente affetti dal disturbo. E che è sulla base di uno screening medico scrupolosissimo, oltre che su una lista d’attesa in grado di scoraggiare i gattofili più incalliti e su colloqui degni della più delicata pratica di adozione, che gli aspiranti acquirenti possono accertare la propria idoneità, che viene meno nel caso dei disturbi più gravi.

Ma non è tutto: la Allerca non è disposta a cedere i propri animali prima di aver fatto firmare un contratto che vincola l’acquirente a non poter vendere o cedere il gatto a nessun altro che un membro della propria famiglia, né a cedere in alcuna forma il materiale genetico del felino a chicchessia, senza espressa autorizzazione della stessa società. Come osserva il NYT, tutti i gattini vengono inoltre sterilizzati prima della consegna, all’età di 10-12 settimane, con la motivazione di "prevenire la sovrappopolazione felina". Ma ogni micio Allerca reca nel proprio patrimonio il gene dominante e potrebbe dunque, teoricamente, consentire la riproduzione di altri gattini identicamente ipoallergenici.

Da notare il fatto che, in America, le "clausole anti-riproduzione" si sono rapidamente affermate come standard contrattuale di fatto per le aziende agricole attive nel settore OGM e delle coltivazioni transgeniche, come dimostra il caso della decisione della corte suprema canadese nella causa tra le società Monsanto e Schmeiser sull’uso di una varietà di colza brevettata dalla prima e resistente ad un particolare tipo di erbicida. Sembra insomma che il mercato OGM, sempre che riesca a imporsi, sia attualmente tutt’altro che destinato a diventare un fenomeno di massa, e che i tempi restino per il momento non esattamente maturi anche per un transgenico pret-à-porter. Grazie a Dio.

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