Articoli del Ottobre 2006

UnPlucked

Pluck ha annunciato in sordina e relativamente a sorpresa, per quanto ne so con anticipo alquanto ridicolo, che tutte le versioni del suo popolare lettore di feed saranno dismesse a partire dal gennaio 2007. Il che significa che ogni dato relativo agli account creati gratuitamente dagli utenti cesserà di essere disponibile per l’esportazione verso altre piattaforme a partire da quella data.

Bella storia. Soprattutto per quanti usavano la comoda estensione per Firefox per accedere al server di Pluck. E se l’unico modo rimasto agli utenti della versione 2 del browser open source (magari restii ad aggiornare quello di Microsoft) è l’installazione di un software per IE6 che non riesce a collegarsi comunque con il suddetto server… Peccato, perché Pluck offriva funzionalità notevoli, soprattutto sul piano della maneggevolezza d’uso, della ricerca e dell’organizzazione delle sottoscrizioni. Ad esempio con la possibilità pressoché unica nel suo genere di consentire la creazione di un qualunque numero di livelli di sottocartelle, il che lo rendeva particolarmente adatto a fare le veci di un bookmark manager più o meno live, facilmente aggiornabile e sincronizzabile da qualunque computer connesso al web.

Buh!

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Quella lettera di Oriana del ‘75

Ogni persona libera, ogni giornalista libero, deve essere pronto a riconoscere la verità, ovunque essa sia. E se non lo fa è (nell’ordine): un imbecille, un disonesto, un fanatico. Il fanatismo è il primo nemico della libertà di pensiero.

Sono parole tratte da una lettera inedita, rimasta a lungo tra i ricordi personali di un’insegnante e scritta da Oriana Fallaci nel 1975, in risposta agli interrogativi rivoltile dagli studenti di una scuola di Massa Carrara dopo la lettura di “Intervista con la storia”. La lettera è pubblicata oggi in esclusiva da Quotidiano.net ed è l’ennesima conferma, se mai ce ne sia mai stato bisogno, del valore umano e professionale del lascito della grande giornalista e scrittrice, ultimamente strumentalizzato in maniera volgare e irrispettosa, fino alla sua fine, dal solito branco di bertucce e azzeccagarbugli accecati dall’odio politico. Capaci soltanto, come sempre, di estrapolare malamente singole frasi da altri predigerite dall’opera letteraria di una vita, per imbrattarne l’irripetibile lezione di umanità con la macchia unta dell’ignoranza più crassa e sterminata.
[ leggi –> Quotidiano.net ]

Piccone risanatore

Si erano conosciuti on line, discutendo sulla religione musulmana in una chatroom chiamata Yahoo, Islam 10 e poi parlando tramite un collegamento audio. Ed erano volate parole grosse. Il quarantasettenne britannico Paul Gibbons non ci ha quindi pensato due volte a percorrere le settanta miglia che lo separavano dall’abitazione di John Jones, nell’Essex, per aggredirlo con il manico di un piccone, accompagnato da un amico armato di machete. La vittima, che ha riportato ferite da taglio alla testa, al collo e alle mani, ha potuto essere identificata dall’autore del raid punitivo grazie alle foto di famiglia che aveva pubblicato su Internet. Secondo la polizia inglese si tratterebbe del primo caso di "rabbia da web". [ BBC News ]

Perdita corporea

Secondo l’ineffabile Corriere, sostituire nella propria dieta un regolare consumo di acqua a quello di bibite gassate smodatamente ricche di zuccheri equivale a sostenere che "bere acqua fa dimagrire" e che "più se ne beve e meglio è per la linea". A parte la scarsa utilità di una silhouette invidiabile in condizione di insufficienza renale da sovraccarico idrico, l’autore dell’articolo avrà pensato che la sconcertante notizia fosse troppo ghiotta per negarle un titolo altisonante. Poco importa che la ricerca californiana riferita specifichi che, prima di iniziare “la dieta idrica”, le donne obese o sovrappeso bevessero in media "due lattine di soft drink al giorno (inclusi succhi di frutti e bibite dolci gassate, per un totale di 200 calorie)". Oppure che "Quelle che hanno sostituito tutte le bibite con l’acqua hanno perso, mediamente, tre chili l’anno in più rispetto alle altre donne a dieta che hanno continuato a bere i tradizionali drink gassati". Più di tutto conta dare risalto all’aspetto più marginale perché meno scientificamente argomentato della ricerca, ma allo stesso tempo più "clamoroso" (nonostante nessuno lo vada urlando ai quattro venti): l’acqua aiuterebbe "a purificare l’organismo e a bruciare grassi". Tutti di corsa a farsi un bicchiere.

Pacifismi

Oggi nessuno sottolinea il fatto che l’Italia ha mandato 2.500 soldati in Libano, una delle regioni più pericolose del mondo. Mentre l’Iraq è stato per tre anni nell’occhio del ciclone, oggi non ci sono bandiere arcobaleno ai balconi né marce per la pace, e i media guardano da tutt’altra parte. Eppure entrambe le missioni sono in Medio Oriente. Entrambe sono legittimate da risoluzioni dell’Onu successive a una guerra, la 1546 del 2003 per l’Iraq e la 1701 del 2006 per il Libano, che invitano esplicitamente tutti i paesi membri a inviare soldati. Entrambi vedono una partecipazione più o meno significativa della comunità internazionale, 30 paesi in Iraq e 6-8 in Libano. Entrambi prevedono per i nostri soldati la facoltà di rispondere al fuoco se attaccati, e il ministro Parisi ha affermato che la missione in Libano sarà “lunga, pericolosa e difficile”, mentre la pericolosità della missione in Iraq purtroppo si è vista nella morte di diversi soldati. La differenza discriminante sta nel fatto che la missione in Iraq fu voluta dal governo Berlusconi, quella in Libano dal Governo Prodi. E’ evidente allora la strumentalità e l’infondatezza del clamore orchestrato per tre anni dai movimenti pacifisti, teleguidati dai partiti dell’Unione, che oggi hanno messo l’elmetto e applaudito la partenza dei militari. [ leggi –> Ideazione.com ]

La borsa o la vita

L’abbiamo già persa

"Le mie amiche volevano gli autografi dei calciatori, ma ho chiesto al nostro addetto stampa di procurarmeli. Non volevo dare un’immagine sbagliata, quella dello sport piccolo che chiede a quello grande". [ leggi –> ]

Le buone azioni cubane di Telecom Italia

Ci sono alcune cosette, nel Corrierino di oggi, che l’autore dell’articolo "Code, censura e mezzo stipendio per un’ora sul web a Cuba" ha trascurato di ricordare del resoconto pubblicato dalla giornalista free lance Claire Voeux, coraggiosa giornalista di "Reporter Senza Frontiere", dopo un soggiorno di varie settimane nella terra di Fidel. Per esempio che, per essere accreditati dal regime ad usare Internet  in ottemperanza ai "principi morali e alle leggi dello stato", è necessario non soltanto essere autorizzati da un’apposita commissione, ma anche sottostare ad un contratto-capestro con una compagnia telefonica, unico operatore di stato deputato al controllo totale delle telecomunicazioni, la ETEC SA, che ci riguarda estremamente da vicino. ETEC è infatti posseduta, oltre che dal regime, da nientepopodimeno che Telecom Italia, che detiene il 29,3% delle azioni. E’ importante ricordare che ETEC SA detiene il controllo completo del web cubano ed è usata dal governo per monitorare l’attività on line dei cittadini e degli operatori dell’informazione dell’isola, ed eventualmente risalire ai possibili dissidenti o estensori di denunce di violazione dei diritti più basilari, rei di "coospirare contro la rivoluzione".

Fu quindi l’ETEC partecipata dalla Telecom Italia tanto a cuore al nostro caro esecutivo fin dai suoi primi vagiti a fornire al regime castrista i tabulati usati durante il processo celebrato nel 2003 contro un gruppo di giornalisti e intellettuali cubani finiti in carcere per attività "controrivoluzionaria", colpevoli soltanto di aver tentato di informare il mondo in barba alle misure di repressione delle libertà non solo di stampa, contattando ad esempio testate giornalistiche o siti web ubicati e gestiti all’estero. Scrive la Vouex:

Nel 2004, Reporter Senza Frontiere scrisse all’amministratore delegato di Telecom Italia per fare presenti le conseguenze della partecipazione della sua azienda in ETEC SA. Gli chiedemmo "di intervenire per tentare di cambiare la politica del regime cubano verso Internet e per chiedere il rilascio dei giornalisti incarcerati". La società rispose spiegando di non potersi ritirare da Cuba per ragioni finanziarie, ma affermando di non partecipare direttamente alla sorveglianza e al controllo del web cubano. [ leggi la lettera, dal blog di Beppe Grillo ]

Molto pittoresco. Chissà cosa ne pensano i nostri portavoce, portaborse e manager di stato, chissà cosa ne pensano Prodi e il mammasantissima dell’imprenditoria pubblica italica. E il Presidente della Camera Bertinotti. E poi c’è la questione relativa al giornalismo indipendente più o meno professionale, più o meno autorevole, ma sempre animato dall’inquieto bisogno di esprimere liberamente i propri pensieri e comunicare sulla realtà vissuta quotidianamente, a volte tragicamente. Cioè quando "vissuta" rischia di diventare un’iperbole. Una questione epocale, se viene avvertita in modo pressante persino a Cuba. Ad essa nessun regime dittatoriale potrà mai riuscire a opporsi del tutto. Perché non tutti i giornalisti cubani sembrano essere precisamente allineati, come sembra lasciare intendere il Corriere, alla secca posizione assunta in merito alla denuncia di RSF dall’"Unione dei giornalisti di Cuba" (Upc) per voce del "Granma", organo ufficiale del partito comunista cubano. Che assegna tutte le colpe per le pastoie del web locale unicamente all’embargo sulle infrastrutture tecnologiche e alla propaganda americani.

C’è ad esempio Guillermo "El Coco" Fariñas, capo dell’agenzia di stampa indipendente Cubanac n Press, che dopo aver iniziato nello scorso febbraio uno sciopero della fame a supporto della richiesta di offrire libero accesso ad Internet a tutti gli isolani, è stato ricoverato con la forza per zittirne la protesta, che cominciava ad attirare l’attenzione dei media internazionali. Da allora, tutto ciò che il regime gli ha offerto a dispetto di un lungo periodo trascorso in terapia intensiva è stato un accesso alla rete "ristretto", ovvero filtrato dal governo. Con il rischio di 20 anni di galera in caso di denunce inviate al mondo esterno durante costosissime chiamate telefoniche internazionali, unico mezzo disponibile per la nuova leva di reporter indipendenti sorta intorno al 2003, laddove rete e fax sono un’utopia. Ed è alquanto improbabile che si riconoscano nella risposta ufficiale dell’Upc anche Héctor Maseda Gutiérrez, Adolfo Fernández SainzJulio César Gálvez Rodríguez o qualcun altro dei 24 tra quei giovani giornalisti indipendenti che sono attualmente detenuti nelle prigioni cubane, condannati a trascorrervi fino ad un massimo di 27 anni. Principalmente per aver collaborato con siti web animati da dissidenti fuoriusciti e impegnati nell’attività di denuncia sulla terraferma, come Cubanet, Nueva Prensa Cubana o Encuentro en la Red. Siti Che restano ovviamente, per il regime di Fidel, uno strumento "usato direttamente o indirettamente dal governo statunitense per continuare la sua politica di aggressione verso Cuba".

Mentre sono proprio questi spazi sul web a dare il senso dei soprusi all’ordine del giorno nei regimi della "rivoluzione del popolo". Come quando Cubanet, nel gennaio 2005, riportò che grazie a un accordo con la stessa ETEC, nella provincia di Santa Clara era stata messo a punto un sistema di spionaggio elettronico da parte di esperti cinesi, dopo che la visita del premier Hu Jintao nel novembre dell’anno precedente aveva posto le basi per una partnership della Repubblica Popolare con Cuba. Che andava ad aggiungersi agli acquirenti delle specifiche tecnologie della sorveglianza informatica in un bouquet di vari regimi autoritari ad esse interessati, comprendente anche Zimbabwe e Bielorussia.

Fatti, non parole

Da uno studio condotto presso la Stanford University su un campione di 2.400 internauti adulti, è emerso che il 14% presenta i sintomi di una dipendenza dal web, o almeno di una qualche forma di uso compulsivo della rete. Sebbene i ricercatori abbiano precisato che "il tema richiede studi più approfonditi", i sintomi riferiti dagli utenti sarebbero paragonabili a quelli di un abuso di sostanze stupefacenti. Ovvero, presumo, oltre alla dipendenza, assuefazione e crisi di astinenza. Come dire che non solo si registra una tendenza inquietante a presentare segni di disagio psicofisico in condizioni di deprivazione dall’uso della rete, ma anche un progressivo incremento delle variabili che tale uso descrivono. In altre parole, estrapolando i risultati della ricerca, saremmo tutti destinati a dover usare il web sempre di più o sempre più intensamente, pena un peggioramento almeno apparente della qualità della nostra vita. Non che l’informazione non fosse già piuttosto intuitiva, ma avere il conforto della scienza è sempre rassicurante.

Tre tigri contro due Volpi

Secondo indiscrezioni, il team di Firefox avrebbe programmato per martedì prossimo la release della versione 2, ma questa sarebbe identica alle Release Candidate builds 3 già a disposizione (anche in lingua italiana) a questo link. Come si legge nei commenti, alcune estensioni e plugin potrebbero non essere ancora compatibili, ma l’idea di evitare il sovraccarico dei server non sembra malvagia.

“The Road to Escondido”

E’ in arrivo "The Road to Escondido", nuovo disco di Eric Clapton disponibile on line a partire dal 7 novembre (nei negozi italiani chissà quando). Il CD è una collaborazione con il mitico J.J.Cale, amico di Slowhand di vecchia data e autore, oltre che di 11 dei 14 pezzi dell’album, anche delle versioni originali di due tra i classici più famosi che Clapton abbia portato al successo grazie alla propria interpretazione, come After Midnight e Cocaine. L’album, registrato nell’estate del 2005 in California anche a seguito della partecipazione di JJ al Crossroads Guitar Festival organizzato a Dallas da Clapton l’anno precedente, è stato coprodotto in ugual misura dai due musicisti, lasciando spazio sia al tipico e stringato Tulsa-sound low-key della musica di Cale, sia alla maestria interpretativa e strumentale di Slowhand, dando luogo ad un affascinante ibrido a metà tra blues, rock, folk e country. Clapton ama definire J.J. Cale un "artigiano della musica", uno dei più importanti musicisti degli ultimi trent’anni e uno dei suoi maestri artistici oltre che un importante punto di riferimento anche in termini di doti caratteriali e personalità, per la sua umiltà, lo stile di vita riservato e la tendenza a sottrarsi agli onori mondani della grande ribalta internazionale. Un tratto, quest’ultimo, che Clapton ha sempre per molti aspetti malvolentieri mancato di emulare, intrattenendo con la propria fama un rapporto ambivalente che spesso sfugge ad una conoscenza superficiale dell’artista. Per contro, J.J.Cale ha dichiarato che gli sarà sempre grato per la fama conquistata indirettamente grazie alle due famose cover registrate da Clapton, aggiungendo che "se non fosse stato per lui, adesso starei vendendo scarpe". L’album è dedicato alla memoria del grande Billy Preston e a Brian Roylance, amico personale di Eric.


Guarda il video della registrazione:
   

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Amazing maths…

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