
Sindrome di Vienna, ovvero quando la realtà supera il reality per trasformarsi in (psico)dramma collettivo. Stoccolma è lontana, ma non poi così tanto. I media si preparano a fare polpette di Natascha, e Natascha, apparentemente, dei media. La macchina dello showbiz è partita, chi la fermerà? Contratti di esclusiva, "bisogna pensare al futuro di Natascha", una casa e studi pagati, perché nel frattempo "è diventata donna". Nell’intervista alla tv nazionale Orf per la quale l’Austria intera stasera si fermerà, ha insistito per parlare del futuro, ma la cosa non deve trarre in inganno. Il futuro di Natascha è un suo problema. La realtà non è fatta solo di progetti intrisi di adultità solo apparente, se va bene. C’è la vita di ogni giorno a bussare alla porta, il rischio è che l’uscio si confonda con quello della prigione di Strasshof, che scricchiola nel presente prima di spalancarsi al futuro. E che i propositi assistenziali siano la spia narcisistica di un disagio inevitabile, con cui bisogna fare i conti oggi. Saltare la realtà a pie’ pari non è possibile né salutare, i voli narcisistici dall’altre parte della barricata servono solo a illudersi di non portare tracce di una vicenda tragica e di poter trasmettere ad altri ciò che non si è ancora assimilato, e che potrebbe richiedere anni di sacrifici e dolori. Il lupo cattivo è morto, ma basteranno questo e un portavoce per proteggere Natascha da se stessa e da ben altri branchi famelici?
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Complimenti alla signorina che ha saputo vendere il suo dramma facendo un vero investimento. Il reality è andato oltre l’immaginabile.