Neutralizzare la neutralità, per rendere il Web meno libero

In questo caso non è in gioco il buono stato di salute del mercato, che è uno dei presupposti per lo sviluppo di una società che rifiuti di rimanere imbrigliata dai laccioli di uno statalismo di maniera troppo incline ai generici richiami moralistici ad un "conflitto di interessi" giuridicamente fumoso, dovuto più a ragioni di propaganda elettoralistica che ad autentico scrupolo etico. Quella che in questi giorni si prospetta per la realtà statunitense, e di riflesso per il modo intero, è una vera e propria minaccia ad una parte fondamentale della libertà come da tempo siamo abituati a viverla, ossia al Web così come lo abbiamo inteso fino ad oggi, ovvero come un territorio immenso e tutto sommato ancora vergine in cui ogni soggetto può (ancora per quanto tempo?) godere potenzialmente della stessa visibilità a prescindere dalle proprie dimensioni e dalle proprie intenzioni o propensioni: il sito di una potente mutinazionale come l’ultimo diario on line arrivato nella blogosfera. Fino ad oggi, chiunque poteva ancora farsi notare a prescindere dai mezzi economici e, sostanzialmente, dal bagaglio di conoscenze informatiche che deteneva, all’interno di un circuito in grado di alimentare innovazione, opportunità di partecipazione democratica e crescita economica. Ma è già stato approvato alla Camera dei Rappresentanti, e dopo la pausa estiva aspetta la discussione nel Senato a stelle e strisce in questi giorni, un provvedimento tristemente storico che mira a riconoscere alle grandi compagnie di telecomunicazioni via cavo e telefoniche, quali AT&T, Verizon e Comcast, il diritto al trattamento differenziato dei dati che transitano sulle proprie infrastrutture tecnologiche, con la possibilità di introdurre criteri di preferenza sui relativi contenuti. In altre parole, i grandi fornitori di accesso ai servizi web che possiedono in America le reti fisiche su cui appunto viaggiano le più svariate espressione della rete globale potrebbero mettere in atto un approccio che tecnicamente è sempre stato possibile anche se mai, finora, concretamente applicato: la diversificazione della velocità con cui i contenuti web vengono instradati e trasmessi, a seconda della loro origine o proprietà. E quindi l’introduzione di un "pedaggio", fatto di tariffe differenziate sulla base degli equilibri di mercato, che permetta ai titolari di testi, immagini, filmati, software, servizi e prodotti vari di aggirare l’ostacolo e non vedersi drasticamente ridotte le possibilità di raggiungere l’utente finale con un sensibile ritardo rispetto, poniamo, ad un’azienda concorrente (si pensi al danno che potrebbe derivare ai grandi motori di ricerca).

Ma, stando così le cose, gli stessi ISP verrebbero a beneficiare dei meccanismi della concorrenza, secondo criteri assai poco trasparenti. Dal punto di vista tecnico, si tratta in pratica di vedere ridotta la trasmissione dei dati via protocollo TCP/IP (da cui dipende il traffico sul Worldwide Web) alla stessa stregua del traffico telefonico, così da provocare una tariffazione che, arrivando a cascata all’utente finale, potrebbe significare, ad esempio, una diversa previsione di spesa per la consultazione della posta elettronica piuttosto che per l’accesso ai siti i cui servizi richiedono una notevole larghezza di banda, quali ad esempio la fruizione di video su Youtube.com o su Google Video. Le nuove misure significherebbero dunque, di fatto, una suddivisione del web in almeno due livelli, tali da riflettere queste due categorie.

Ovviamente la reazione a tutto questo è stata vigorosa e, fatto piuttosto importante perché accresce le probabilità di successo delle proteste, decisament bipartisan, con movimenti di opinione e interventi che stanno animando un dibattito sulla Net Neutrality, in grado di mobilitare ampi settori non solo della società civile, ovvero nella blogosfera e tra i semplici utenti più o meno passivi del web, ma ovviamente anche dell’economia, con le grandi aziende (un nome per tutte: Ebay) interessate dal rischio di una visibilità virtuale fortemente ridimensionata dalla famigerata bozza.

Come suggerisce Peter Cochrane, l’alternativa è probabilmente quella, piuttosto scontata a meno di rivoluzioni imponderabili, tra la complessità della soluzione di mantenere un’ampiezza di banda e una capacità di routing fisse e relativamente modeste spremendole come limoni, in modo da speculare il più possibile sui costi delle infrastrutture telematiche, e la relativa semplicità di quella, infinitamente più flessibile, di potenziare la banda all’ennesima potenza mediante un uso diffuso della fibra, come avviene da tempo in Giappone e Corea del Sud, per convogliare radio e televisione su protocollo IP. Alternativa scontata in termini meramente economici, molto meno secondo una logica che punti a conservare alla rete un valore di grimaldello comunicativo e metro di coscienza destinato alla resa in caso di successo di uno strumento giuridico destinato a ledere presto o tardi i diritti di tutti gli utenti del web. Paradossi della libertà: perdendola, si finirebbe per pagare di più. In tutti i sensi.

Rassegna stampa: CNN.com - Washingtonpost.com - Silicon.com - Wired.com
The Wall Street Journal online - New York Times online

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