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Articoli del Settembre 2006
Giovedì, 28 Settembre 2006
Mercoledì, 27 Settembre 2006
(…) Ma il pubblico non è d’acciaio, e dunque non ne può più, abbandonando Wild West, Reality Circus, L’Isola dei famosi, Unan1mous, La pupa e il secchione al loro destino più o meno sfavorevole, e comunque inferiore alle aspettative. Il Codacons, l’associazione consumatori, chiede che l’Authority per la comunicazione stabilisca un tetto di programmi-realtà in palinsesto, e il settimanale Chi pubblica i costi di produzione: Reality Circus, 930 mila euro a settimana tutto compreso; Wild West, 5,5 milioni di euro; L’Isola dei famosi, meno di 6 milioni di euro ma quasi 10 quando si aggiungono i costi Rai. (…)
–> LaStampaWeb
Siamo alla frutta. Quando persino l’arte a Berlino viene umiliata e offesa da decisioni che muovono dalla più gretta demagogia e da un perbenismo conciliatore che appiattiscono le specificità culturali nel volgare calderone di un politically correct banalmente sottomesso alla legge del più arrogante, la perdita culturale riguarda tutti e resta davvero poco in cui sperare per il risveglio della civiltà. E non solo di quella occidentale: più in generale, per il risveglio dell’umanità. Quando la politica del "rispetto delle differenze" di un ipocrita e incosciente progressismo da strapazzo, tale solo a parole e a corrente alternata, sente il bisogno di censurare per motivi di ordine pubblico e di sicurezza una messa in scena dell’"Idomeneo" di Mozart solo perché mostra le teste mozzate di Gesù Cristo e di Poseidone, di Buddha e di Maometto, significa che il senso del rispetto per le culture è ormai diventato un concetto puramente soggettivo per non dire
dimenticato, e che il genere umano è allo sbando definitivo. Siamo alle solite.
Non solo ci tocca preoccuparci dei rapporti tra arte e religioni, dei terroristi che vogliono sfregiare con le bombe gli affreschi "blasfemi" di Giovanni da Modena a San Petronio e delle posizioni più sconcertanti assunte al riguardo anche a casa nostra, ma anche prevenirne le mosse, acquisirne la mentalità, interiorizzarne l’oscurantismo teocratico più becero. Dimenticando che l’arte è di tutti, anche di quanti da essa si sentono offesi, e che le battaglie da sempre combattute in nome del pregiudizio ideologico contro le sue manifestazioni più scomode ma comunque più autentiche non hanno mai mancato di rivelarsi perdenti. Perché arte è innanzitutto autenticità e come tale estranea all’ideologia, e la vera cultura di una civiltà si misura con la sua capacità di accettare le espressioni più varie di identità culturale, finché appunto espresse con autenticità.
Idee, queste, che sono oggi peraltro alla base del concetto di conservazione del patrimonio culturale mondiale e che sono state spesso strumentalizzate, evidentemente senza successo, da certa cultura politica di sinistra e dalle correnti ad essa organiche del panorama intellettuale nazionale, spesso con finalità ed esiti tutt’altro che nobili o apprezzabili. Sarebbe interessante capire in base a quale arcana logica la stessa parte politica osi battersi oggi a spada tratta in nome di un laicismo più statalistico che statuale che nulla ha a che fare con una sacrosanta laicità, scagliandosi contro l’altrettanto sacrosanto diritto delle autorità religiose nazionali al dibattito sui grandi temi civili e morali, quando non mostra incertezze nel calarsi le braghe al cospetto delle istanze spirituali altrui imposte col terrore, che quindi cessano di essere persino degne di curiosità.
Alla chiusura ipocrita e opportunistica persino al dialogo con la propria identità in barba alla logica più elementare delle stesse affermazioni di principio, che pure peraltro sembrano latitare da un pezzo nel dibattito politico e culturale di un sinistrismo imborghesito e spaccone, fa dunque da contraltare, per l’ennesima volta, la vigliacca connivenza con le ragioni di una presunta superiorità razzista affermata con gli argomenti distorti di un lascito spirituale alla deriva e di una civiltà sempre più contraddittoria e perdente, nonostante le apparenze. Perché non esita a piegarlo ai fini più barbari anche nei rapporti con l’esterno, salvo poi sottrarsi alla discussione interna tra le proprie componenti alla perenne ricerca di un’anima, senza mai rinnegare e condannare qualunque cosa la riguardi anche nel senso più spregevole. Quale rispetto, quale morale, quale identità per l’Internazionale rossa dello stesso sangue che imbratta le mani dei tagliatori di teste e del cotto dei nostri centri storici, che orde ignoranti di bombaroli invasati vedrebbero volentieri polverizzato?
Sabato, 23 Settembre 2006
Lunedì, 11 Settembre 2006
Era arrivato nella Grande Mela dall’Albania per cercare fortuna, e a suo modo l’aveva trovata grazie a un impiego sicuro nella ABM, una grande impresa attiva nel settore della manutenzione edilizia. Quando non era addetto al controllo remoto dei sistemi automatizzati per la pulizia delle enormi vetrate degli edifici del World Trade Center, che tanta parte avevano nel fascino indiscusso del grande complesso architettonico, Roko Camaj passava le sue giornate di lavoro sospeso in un abisso di 400 metri di altezza dal suolo. Un’imbragatura lo assicurava al 107° piano dei grattacieli, a soli tre piani dalla vetta, laddove le superfici erano troppo estese e troppo in alto perché i bracci meccanici potessero arrivarci. Ma a sua moglie, Roko aveva mentito. Per anni le aveva lasciato credere che il suo lavoro non presentasse rischi svolgendosi soltanto all’interno dei giganti di vetro e acciaio, e a nulla erano valse le sue rassicurazioni quando lei, furiosa, aveva scoperto la verità dai giornali.

"Non aveva paura di niente", dice il fratello Kole, mentre il figlio Vincent ricorda come Roko amasse il proprio lavoro considerandolo una fuga. Diceva sempre: "Siamo io e il cielo sopra di me. Nessuno mi disturba e non disturbo nessuno". Pochi giorni prima dell’11 settembre 2001, Roko era tornato a Manhasset, NY, da una vacanza in Montenegro, regalo di compleanno della figlia. I cinque fratelli Camaj, che vivevano sparsi per il mondo, si erano ritrovati per fare il viaggio insieme e avevano trascorso ore felici. L’ultimo viaggio di Roko Camaj, 60 anni. Forse l’unico modo per uccidere certi uomini è il ricorso alla catastrofe più vile, quella del terrorismo. Ma, di certo, il coraggio sconfinato mostrato da questo Davide contro i Golia della vita quotidiana, come dalle migliaia di altri eroi morti quella mattina al suo fianco, non è stato sconfitto dallo schianto del secondo aereo, quando Roko si trovava al 105° piano della Torre Sud.
Domenica, 10 Settembre 2006
Come spettatore piuttosto regolare della trasmissione "Quelli che il calcio" e in quanto contribuente del servizio televisivo pubblico nazionale, personalmente avverto un sentimento misto di rabbia e di vergogna per la squallida performance offerta questo pomeriggio dallo staff della trasmissione al cospetto dell’ospite -diciamo così- d’onore Luciano Moggi, per aver evitato accuratamente di farsi portavoce del comune e verosimilmente prevalente sentimento nazionale di sdegno nei suoi confronti in quanto gravemente coinvolto nella rovina del calcio italiano. Cosa che la conduttrice Simona Ventura e i suoi collaboratori hanno fatto prendendo amorevolmente le parti di Sua Fraudolenza, o almeno evitando di discutere il suo caso durante la diretta con un minimo di serietà, ovvero con la vis polemica o almeno lo spirito critico che esso richiedeva. Tenuto conto anche dello stipendio miliardario percepito prevalentemente per esibirsi in frasi preconfezionate dagli autori, visto che non perde occasione per ostentare la propria conoscenza del calcio italiano e quand’anche chiaramente poco propensa, per usare un eufemismo, a sostenere un contraddittorio con Big Luciano, la Ventura avrebbe potuto quantomeno degnarsi di difendere la professionalità dell’unico tra i giornalisti presenti in studio dimostratosi all’altezza della sua qualifica e della situazione, cioè Andrea Vianello, chiedendo a Moggi di scegliere se togliere il disturbo piuttosto che portargli rispetto e rispondere alle sue più che pertinenti domande, anziché esibirsi in una penosa genuflessione morale. Un vero e proprio atteggiamento da suddita pronta a prostrarsi idealmente a tappetino innanzi al "carisma" (leggi: arroganza) dell’"Ospite", che dopo un battibecco iniziale non ha esitato a negare platealmente la propria parola ed attenzione al giornalista e a mancargli decisamente di rispetto, usando espressioni di dubbio gusto. Continua a leggere ‘Soldati di Ventura’
Il governo saudita si prepara a reprimere duramente l’abitudine di riservare a cani e gatti il rango di animali da compagnia degni di affetto ritenendola "troppo occidentale", mantenendo l’autorizzazione all’uso dei cani per la caccia e la guardia. «Troppi giovani li hanno comprati e passeggiano con questi in pubblico» afferma un comunicato redatto dal Ministero dell’Interno saudita. Ma questa nuova interdizione non ha stupito solo gli occidentali, ma anche i cittadini islamici sebbene già qualche mese fa il governo conservativo arabo avesse definito i cani animali sporchi e contrari all’Islam. Infatti secondo la tradizione islamica, Maometto, fondatore della religione musulmana, amava i gatti e una volta avrebbre lasciato un gatto bere dell’acqua sacra con la quale poi si sarebbe successivamente lavato. Sconcertante. Spiace constatare che l’Islam dimostri con provvedimenti simili di non riuscire a trovare la misura di un confronto rispettoso con una civiltà cui non tiene evidentemente che a rivolgersi in termini di contrapposizione. Personalmente, sull’affetto per gli animali non transigo. E, pur essendo sensibile al problema delle diversità culturali come pochi, ritengo privo di sensibilità e dunque umanamente povero, probabilmente realmente inferiore a prescindere dal credo politico o religioso, chi incapace di affetto nei loro confronti. E poi non esisteva anche il detto secondo cui Maometto preferì tagliare il suo mantello piuttosto che spostare il gatto che ci dormiva sopra? E pensare che hanno anche l’ardire di usare l’espressione "cani infedeli", mentre sono così pochi gli esseri umani a potersi vantarsi di essere veri amici degli animali e meritarne l’affetto… Confido nella parte sana della civiltà. Questa mi fa decisamente repulsione, tanto per non essere volgari.
Sabato, 9 Settembre 2006
Andare via dall’Afghanistan - restare in Afghanistan; chi credeva che in Afghanistan non ci fosse la guerra si sbagliava - rispetteremo i patti; non aumenteremo le truppe - via dal carnaio dell’Afghanistan; se solo vedeste di
persona le violenze yankee - in Afghanistan è guerra civile; dive no alla logica pev-ve-vsa della guevva senza se e senza ma - non abbandoneremo i nostri militari. E poi imposizioni taumaturgiche sui feretri che neanche un chiropratico, girotondi policromi con la kefiah e la Nutella, marce della pace con il kamikaze compiacente, passeggiate tra le macerie con gli statisti, bicchierate con gli imam tra un’udienza e l’altra. E ancora, pacche sulle spalle agli assassini degli affetti più cari, tanto i figli so’ pezz’e core, possono andare via un tanto al chilo purché organici alla causa palestinese, pardon, pacifista. E sensibilissime vignette e controvignette, in un tripudio variopinto di semplicistica e demagogica inconsapevolezza, tanto più grave quanto più eventualmente dissimulata, indifferente ai contesti storici ed epocali se non riassunti per pittogrammi, perché quello che conta è affermare con ostentata ingenuità l’identità esercito-morte, difesa-guerrafondaio. Salvo osannare qualunque affermazione di militarismo alternativo e non ufficiale, magari rappresentata in parlamento con il mitra sotto lo scranno, che non disdegna di farsi saltare in pizzeria o nascondersi negli asili nido. Salvo legittimare le stragi con la fisiologia di un rutto quando assumono la giusta
connotazione antioccidentale e sono sufficientemente ignorate da una stampa svenduta e spaccona, che però si atteggia a garante dell’obiettività. Salvo strizzare l’occhio al terrorismo quanto più è europeo o antiatlantico. Antiumano. Disumano. Quante parole, che guazzabuglio è questa sinistra politica di governo col carrozzone che le fa codazzo. E pensare che basterebbe assistere ad un seminario in materia di difesa e politica estera con i rappresentanti di tutte le sue forze politiche per rendersi conto, se ce ne fosse ancora bisogno, dell’inconsistenza di questa cosiddetta coalizione. "La parola agli onorevoli Di Pietro e Caruso". Weekend OpenTrackback @ The Right Nation
Venerdì, 8 Settembre 2006
Il rapporto tra classe dirigente e intellettuali, si sa, è sempre cruciale per la vita di un paese. E ancora di più lo è, per il suo sviluppo, la politica culturale dei governi in carica per l’avanzamento dei settori della ricerca e della scienza. E così, dopo aver sparato a zero sulla gestione del governo di centro-destra in materia di riforma universitaria e dopo essersi esibita nella più sfacciata pratica lottizzativa in relazione ai casi Cognetti e Rai, per tacere della goffa occupazione antidemocratica delle maggiori cariche politico-istituzionali dello stato, la sinistra maggioranza offre un nuovo spettacolo di svendita delle più prestigiose istituzioni scientifiche e culturali del paese alla logica dello spoil-system. Che se può essere ammessa, sia pure a malincuore, in altri settori pubblici meno sensibili, ammesso che ce ne siano per l’interesse nazionale, allo stesso tempo e in qualche misura come presupposto e necessario (?) effetto collaterale dell’alternanza, diventa semplicemente umiliante, innanzitutto per chi se ne fa carico, quando appunto coinvolge nel furore epurativo le donne e gli uomini attivi nelle società ed enti pubblici di settori quali università, ricerca, scienza, sanità, per non parlare di beni culturali e istruzione. Perché sono questi gli spazi culturali la cui salvaguardia rappresenta il terreno su cui si gioca l’autentico avanzamento di una nazione civile, tra difesa del patrimonio ereditato dal passato, cioè della propria identità, e legittima apertura alle istanze riformiste e di sviluppo più ricche di senso. Dopo le squallide performance offerte da Sinistralia nelle malefatte romane (ma nazionali) legate agli avvicendamenti di poltrone al Regina Elena e in viale Mazzini, è quindi la volta nientepopodimenoché del glorioso CNR.
Ma questa volta al danno si aggiunge la beffa dell’ipocrisia, perché così il Ministro dell’Università, il ds Fabio Mussi, certificava l’altro ieri nel corso della web-intervista con i lettori a cura di Repubblica.it:
"Bisogna rilanciare gli enti di ricerca e fare presto. Il governo chiederà ai responsabili (quelli in carica e quelli nuovi che verranno, alcuni presto) di condividere una missione, non una tessera di partito o un voto nell’urna. Lo spoil system politico nel campo della scienza e della ricerca è figlio della miseria culturale".
Infatti, tramite il disegno apparentemente immacolato orientato alla solerte pratica dello "spacchettamento" dei singoli istituti accorpati al CNR, il ministro intende far passare per "restituzione dell’autonomia scientifica" quella che è in realtà una molto meno nobile esigenza, malamente camuffata con il miraggio di aumentare il numero delle posizioni di ricerca, di redistribuire le ambite funzioni dirigenziali a disposizione negli enti tra le innumerevoli fazioni di una coalizione contraddittoriamente solo nominale, sempre pronta ad avventarsi sull’osso succulento del potere come una muta di famelici cani randagi. Altro che soddisfare istanze di autonomia e sviluppo di un settore in perenne crisi di risorse umane e finanziarie. Per chiarire meglio la situazione nella sua gravità, riporto quasi per intero un relativo articolo chiarificatore da ilGiornale.it, da cui emerge significativamente anche la posizione degli stessi scienziati del Centro mortificati dall’ennesima prospettiva di spartizione della torta.
Ma proprio sul Consiglio nazionale delle Ricerche (Cnr) il ministro Mussi e i suoi alleati dell’Unione hanno incontrato difficoltà inattese, sia per la netta opposizione del centrodestra che per le solite divisioni interne alla coalizione.Occupazione. L’obiettivo principale è la sostituzione dell’attuale presidente Andrea Pistella. Il primo tentativo è fallito con la bocciatura dell’emendamento al decreto sullo spacchettamento dei ministeri (presentato dal ministro Chiti) volto ad azzerare i vertici di tutti gli enti di ricerca. Anche il secondo assalto potrebbe non andare a buon fine. Alla fine di luglio il Consiglio dei ministri ha proposto Pistella come commissario per l’Autorità Energia. Per ratificare la designazione è necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi nelle commissioni Attività produttive di Camera e Senato. Un consenso bipartisan è altamente improbabile considerato che il centrodestra non appare intenzionato a fare buon viso a cattivo gioco.
Continua a leggere ‘E per dessert, Mousse di CNR con Cognettibìs’
Mercoledì, 6 Settembre 2006

Sindrome di Vienna, ovvero quando la realtà supera il reality per trasformarsi in (psico)dramma collettivo. Stoccolma è lontana, ma non poi così tanto. I media si preparano a fare polpette di Natascha, e Natascha, apparentemente, dei media. La macchina dello showbiz è partita, chi la fermerà? Contratti di esclusiva, "bisogna pensare al futuro di Natascha", una casa e studi pagati, perché nel frattempo "è diventata donna". Nell’intervista alla tv nazionale Orf per la quale l’Austria intera stasera si fermerà, ha insistito per parlare del futuro, ma la cosa non deve trarre in inganno. Il futuro di Natascha è un suo problema. La realtà non è fatta solo di progetti intrisi di adultità solo apparente, se va bene. C’è la vita di ogni giorno a bussare alla porta, il rischio è che l’uscio si confonda con quello della prigione di Strasshof, che scricchiola nel presente prima di spalancarsi al futuro. E che i propositi assistenziali siano la spia narcisistica di un disagio inevitabile, con cui bisogna fare i conti oggi. Saltare la realtà a pie’ pari non è possibile né salutare, i voli narcisistici dall’altre parte della barricata servono solo a illudersi di non portare tracce di una vicenda tragica e di poter trasmettere ad altri ciò che non si è ancora assimilato, e che potrebbe richiedere anni di sacrifici e dolori. Il lupo cattivo è morto, ma basteranno questo e un portavoce per proteggere Natascha da se stessa e da ben altri branchi famelici?







