L’immaginazione in cantina

Forma e sostanza, cultura visiva e cultura materiale. La storia architettonica italiana del ventesimo secolo oscilla da tempo tra i due estremi. Due estremi che non sempre vanno interpretati come poli contrapposti e inconciliabili, a condizione di non ridurre l’architettura ad arte visiva, perdendo di vista i valori storici e culturali depositati sul tessuto materiale stratificato di tutto il patrimonio costruito che le epoche precedenti ci hanno consegnato, vero banco di prova del valore dell’architetto. Una disciplina che in Italia ha avuto, dall’epoca greco-ellenistica e romana in avanti, la possibilità unica di misurarsi con il lascito delle epoche precedenti, sviluppando una sensibilità unica per l’antico e la sua tutela, intesa spesso con esiti contraddittori. E producendo risultati altrettanto contraddittori, ma non per questo meno affascinanti e meritevoli di attenzione conservativa. Un lascito che l’architettura contemporanea ha il dovere di rispettare con interventi compatibili e nel segno dell’autenticità.

Certo a più riprese è stata forte, nella storia della disciplina e delle elaborazioni teoriche volte a interpretare e giustificare la pratica del costruire, la tentazione di cosiderare l’architettura come forma pura, una tentazione rafforzata sul versante filosofico all’inizio del Novecento da una cultura idealista che tendeva a ridurre la complessità attualmente riconosciuta a tutti i manufatti storici, isolando le emergenze monumentali come opere d’arte la cui fruizione doveva essere prevalentemente iconica e distaccata, affidata alla riproduzione fotografica e bibliografica, come oggetto dall’aura nobile estraneo alla realtà e all’uso quotidiano. L’avventura del razionalismo funzionalista, che tendeva da una lato a rafforzare i valori formali e dall’altro a valorizzare le opportunità della produzione seriale e di altri aspetti dell’industrializzazione del processo edilizio, ha lasciato spazio ad un periodo di dispersione della cultura architettonica internazionale, incerta tra il revival del repertorio storicista riscoperto attraverso la libera citazione di elementi stilistici attinti dal passato e lo sperimentalismo avanguardista, che ha aperto la strada a una variegata ed eterogenea cultura architettonica contemporanea. Nel cui alveo ricadono atteggiamenti molto diversi, diversamente sensibili al fascino dell’antico ma regolarmente indifferenti all’esigenza della conservazione delle sue tracce materiali, anche a causa della progressiva internazionalizzazione del ruolo del’architetto.

Un ruolo che lo ha portato a rafforzare una sensibilità progettuale più propensa ad un concetto tipicamente anglosassone di design che interpreta l’architettura secondo tendenze di stampo sostanzialmente neoidealista, ovvero riducendo l’architettura alle sue suggestioni formali, di disciplina indifferente alla dimensione tecnica sottostante la consistenza fisica e il contesto materiale del manufatto, ovvero al come e perché ogni oggetto si presenti in un certo modo. E quindi alla sua storia fino ad oggi, al suo hic et nunc. Non a caso, lo stesso termine viene utilizzato per indicare, anche in Italia, la storia di un’altra disciplina, che da noi ha conociuto gli esiti più alti negli anni Sessanta a Milano con i Castiglioni, i Sottsass e gli Zanuso, dopo essere nata in Germania sulle ceneri del Movimento Moderno, prima con il Bauhaus e poi con la cosiddetta Scuola di Ulm. Ovvero la disciplina relativa alla progettazione degli oggetti di produzione industriale, che molti architetti soprattutto connazionali hanno arricchito e sviluppato nella direzione del disegno degli arredi e dell’architettura di interni. Ma l’architettura non è un ologramma. L’architettura non è riducibile alla sua immagine ed è molto di più della sua eventuale dimensione di oggetto prodotto o producibile in serie secondo procedimenti industriali.

Tutto ciò non impedisce di imbattersi in dichiarazioni alternativamente disarmanti ed esilaranti sparse nella pubblicistica nostrana, come quella per cui "In Italia viviamo in ambienti che riflettono la cultura di 50 anni fa". Si intuiscono il disagio e la vertigine di una soglia storica avvertita come tragicamente estranea ai propri orizzonti mentali, a qualunque germe cognitivo o slancio di semplice curiosità. Dovremmo forse vergognarcene? Che gli studiosi di storia e archeologia che hanno dissepolto le meraviglie delle civiltà scomparse abbiano preso finora un colossale abbaglio? E ancora:

«I nostri miliardari si fanno le barche» sospira Piero Sartogo, architetto romano famoso per la cancelleria dell’ambasciata d’Italia a Washington. «Preferiscono investire in mare piuttosto che sulla terraferma, come i Ferragamo che hanno comprato il cantiere Swan, o l’editore Carlo Perrone che ha una magnifica barca con gli interni disegnati da Philippe Starck. I lacci burocratici fanno il resto. Da noi si fanno più ristrutturazioni che nuove costruzioni». Soprattutto manca la cultura del progetto, lamentano gli architetti, si costruisce in maniera speculativa e c’è poca richiesta di novità. Panorama.it

Oppure:

"Il nostro patrimonio storico è forte e oppressivo, per il 90 per cento i luoghi sono vincolati, e i risultati sono una speculazione incontrollata e la quasi assenza di innovazione architettonica. Se il confronto è il Giappone, siamo su un altro pianeta. «Le case più rivoluzionarie le ho viste lì, ma le loro città sono fatte di lotti. Se ne butta giù un pezzo e si ricostruisce, qualcosa di inimmaginabile in Italia". E poi c’è il problema del costruire ecologicamente corretto. «Non abbiamo la cultura dell’ipogeo, dell’architettura che si sviluppa anche sotto terra, come la Casa de retiro espiritual di Emilio Ambasz in Andalusia. Non ci sono clienti disposti a vivere in questo modo sofisticato ed ecologicamente sostenibile». Poche le eccezioni. Sartogo sta portando avanti un progetto simile, sulle colline toscane vicino a Montalcino. «È una cantina di Frescobaldi. Ho alzato la curva di livello della collina, ma non si vede nulla e il paesaggio resta intonso».

Sapere in balìa di simili mentalità l’intero patrimonio culturale mondiale, costituito dall’edificato esistente e dal paesaggio naturale arricchito nella sua biodiversità dalle conquiste tecniche dell’uomo e dai segni di civiltà sparsi sul territorio, suscita un sentimento di amarezza mitigato soltanto dalla tenerezza per chi dimostra di ignorare che dietro il modo di essere non solo delle persone ma anche delle cose si nasconde un passato che forse varrebbe la pena di conoscere prima di mortificarlo con le proprie parole e i propri interventi irreversibili. Perché tali sono tutte le modifiche concrete apportate materialmente a quel patrimonio culturale. Ebbene sì, dietro la configurazione attuale di una fornace di mattoni, di un magazzino di porto o di una stazione ferroviaria, per non parlare delle pavimentazioni delle piazze, delle sale dei cinema o dei musei che non frequentiamo mai abbastanza, c’è un passato denso intriso di vite umane, lavoro, tecnica, sentimenti, speranze, linguaggi, magisteri costruttivi che nella maggior parte dei casi sono stati perduti. Ma pensa, chi se lo aspettava. Che peccato, la nostra legislazione opprimente ci impedisce di buttare giù intere parti di città, pardon, lotti, e rifarle a nostro uso e consumo, come fanno in America e in Giappone. Una vera tragedia. Ma non è tutto.

Vivere in un ipogeo sarà un’esperienza densa di valori mistici e trascendenti, ma comporta una serie di complessi problemi di natura fisico-ambientale che vengono posti all’integrità materiale del manufatto architettonico, fondamentalmente riconducibili alla presenza dell’umidità all’interno del terreno e, per risalita capillare, delle murature. Compito del buon architetto è prevenire i problemi conservativi e scegliere le soluzioni tecniche e tecnologiche ideali a questo scopo. Principalmente a causa dell’inquinamento e dei composti chimici disciolti nell’acqua di falda, l’impatto dell’umidità sui materiali costruttivi soprattutto di tipo lapideo (laterizi, pietra, malte da intonaco e da allettamento, stucchi e affini) è sempre un punto debole nel sistema tecnologico della fabbrica ad elevazione fuori terra, per diventare semplicemente devastante nelle strutture ipogee, in cui diventa sostanzialmente inevitabile che i suddetti materiali siano costantemente impregnati di umidità e quindi destinati a rapido degrado, rimanendo bassissime le probabilità di evaporazione dell’acqua, sebbene si possa obiettare che siano proprio i ciclici fenomeni di "bagnasciuga" tipici delle murature più esposte all’aria, oltre che all’umidità di risalita, a peggiorare gli effetti lesivi sui materiali dei cristalli derivanti dalla presenza di quei composti - ma nessuno mi convincerà mai del fatto che un edificio ipogeo possa esserne immune, anzi.

Non oso pensare al costo delle soluzioni tecnologiche che è eventualmente necessario escogitare (ammesso che sia possibile) per fronteggiare tale impatto in una simile architettura concepita per un uso abitativo, e resta sempre il dubbio che in capo a un paio d’anni, o anche molto meno, l’entità di un disfacimento degli intonaci da fenomeni connessi all’umidità sia tale da compromettere qualunque velleità di "Retiro Espirituàl". Certo, finché si tratta di cantine è possibile ricorrere per le murature a finiture e sistemi diversi dall’intonaco tradizionale (non è un caso se quelli dei comuni garage sono solitamente molto grezzi, allo scopo di favorire l’evaporazione con la massima estensione superficiale possibile), ma se oltre al fermento dei mosti il committente dovesse proporsi anche quello dello spirito per una destinazione domestica degli ambienti sotterranei, farebbe meglio ad accantonare persino l’idea di appendere al muro una singola puntina da disegno.

Il ricorso a soluzioni tecnologiche d’avanguardia per l’esplorazione di nuovi scenari della cultura architettonica contemporanea è d’altra parte economicamente alla portata di pochi. Le opere innovative sono sempre indispensabili per lo sviluppo dell’umanità, ma offrono lo sgradevole svantaggio di risultare utili, se non in termini molto generali e nel lungo termine, a una minoranza particolarmente ridotta della popolazione, cioè, presumibilmente, proprio ad alcuni dei miliardari citati nell’articolo. ll che non equivale a sostenere che in architettura si debba rinunciare a sviluppare la cultura del progetto del nuovo. Ma le aporie e i dubbi che ne minano alle fondamenta le sperimentazioni più audaci sono una spia chiara dei rischi sempre presenti ogniqualvolta essa si avventuri nel citato banco di prova dell’intervento sull’esistente, in cui le cautele conservative devono essere la condizione primaria, se non il fine, dell’azione progettuale stessa. In questo caso, l’intervento non è impossibile ma mai dovrebbe avvenire a spese della materia autentica esistente nella sua stratificazione storica, anteponendo appunto a qualunque smania eremitico-celebrativa le ragioni della conservazione e di un uso compatibile attraverso un linguaggio autenticamente contemporaneo, ed evitando intenti mimetici o tentazioni di recupero-integrazione-ripristino di tipo stilistico, "filologico" o "critico".

Sarebbe forse più importante lavorare quindi per un innalzamento del livello medio della cultura tecnologica della progettazione dell’architettura nuova o esistente, evitando di ridurre la complessità del dibattito disciplinare e culturale ad una dialettica sterile e pretestuosa tra una "cultura del progetto" reclamata dagli architetti contemporanei quasi fosse loro esclusiva, e quella che viene frettolosamente liquidata dai cultori del nuovo come una maldigerita pratica di "ristrutturazioni vincolate" da una legislazione pensata come limitante o, peggio, sclerotica. Sarebbe il caso di pensare all’importanza di progettare e costruire senza perdere di vista la varietà e richezza di riferimenti umanistici e tecnico-scientifici che la cosa comporta, anziché lamentarsi delle preferenze dei capitalisti nostrani o, peggio, della preziosa e sempre eccessivamente disattesa cultura della tutela dei beni culturali che, almeno a casa nostra, ne previene gli sfaceli. E che le ineffabili banalizzazioni giornalistiche, per usare un eufemismo, stentano a riconoscere come il prezioso iceberg immerso sotto la punta di una scomoda e giustamente scorbutica, ma mai abbastanza inflessibile burocrazia.

Diritti

Questo blog e' pubblicato con una Licenza Creative Commons.
Alcuni diritti riservati.

WordPress database error: [Table 'Sql103193_1.wp_comments' doesn't exist]
SELECT * FROM wp_comments WHERE comment_post_ID = '207' AND comment_approved = '1' ORDER BY comment_date

0 commenti a “L’immaginazione in cantina”


  1. Nessun commento

Scrivi un commento

WordPress database error: [Table 'Sql103193_1.wp_comments' doesn't exist]
DESC wp_comments

WordPress database error: [Table 'Sql103193_1.wp_comments' doesn't exist]
ALTER TABLE wp_comments ADD COLUMN comment_subscribe enum('Y','N') NOT NULL default 'N'




Foto "recenti"

www.flickr.com
Questo è un badge Flickr che mostra le foto pubbliche di Slowfinger. Crea il tuo badge qui.

Pietatis causa

LinkLift

Proudly with

2000 blogger italiani
slow.quid

Technorati stuff

Add to Technorati Favorites!

Diritti

Creative Commons License

Contenuti ridistribuibili con
Licenza Creative Commons 2.5.