Ne è passato sicuramente troppo da quando l’attuale governo, ansioso di trovare a livello internazionale una legittimazione sempre più sfuggente in ambito interno, ha alzato entrambe le mani e tutto l’alzabile all’appello. Quello per diventare giulivi capiclasse dell’armata Brancaleone da inviare in territorio libanese prima che se ne chiarissero i presupposti, in quella che si prospetta forse come la più difficile missione militare del dopoguerra. Mentre cioè gli altri esecutivi europei ciurlavano nel manico, ossia facevano il pesce in barile, ovvero facevano gli italiani attendisti ma meno sprovveduti, il nostro ha posto seriamente le basi per scaraventare i quadri militari nazionali a quella che appare l’ormai inevitabile guida quantomeno morale ma quasi sicuramente anche operativa della delicata campagna in Medioriente. Salvo poi voltarsi per interrogarsi eroicamente, con lo stile inconfondibile consueto alla compagine "progressista" che ci rappresenta nel mondo, anziché fermarsi a riflettere sull’unico mistero davvero cruciale della questione libanese, ancora da risolvere prima che sia troppo tardi.
Che non è tanto quello sul chi e come procederà al disarmo dell’Hezbollah (e poi l’uso del termine al singolare non fa che rafforzare l’illusione di uno statuto politico usurpato con le armi agli stessi connazionali di cui non ha esitato a farsi scudo durante la reazione israeliana - comunque resta sempre l’asso nella manica), quanto sul perché il tema stesso sembri essere neanche troppo sorprendentemente evaporato dall’agenda politica internazionale oltre che, naturalmente, dalla stampa più compiacente. La risposta è semplice quanto tragica: per rimanere definitivamente accantonato.
Come, del resto, da apposite "riserve" tempestivamente nutrite sulla risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dal galantuomo che guida le milizie terroriste, neanche si trattasse di un discreto filantropo di cui spiare i segreti stati d’animo con paziente e fiduciosa gratitudine. Riserve a cui non hanno mancato di allinearsi le speranze della comunità antisemita internazionale. Resta solo la speranza di non dover sperimentare la risposta alla spinosa questione sulla pelle dei nostri militari tra pochi giorni.
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