Dimenticare Venezia

Non perché non piaccia, anzi. Lo storico dell’arte e dell’archeologia Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa, neopresidente del Consiglio superiore dei Beni culturali ed autore, tra gli altri, del celebre pamphlet "Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale" (Einaudi, 2002), lancia un grido di dolore sull’uso spesso sconsiderato che viene fatto delle piazze di molte città italiane. La memoria corre subito a quel luglio del 1989 in cui, per un concerto (indimenticabile - lo seguii da Rimini) dei Pink Floyd, si allestì un mega-palco galleggiante di fronte a piazza San Marco a Venezia. L’evento fu un grande spettacolo non solo musicalmente ma anche "sul piano mediatico", visto che fu trasmesso in diretta internazionale e coglieva la band in un momento di particolare splendore, se non vado errato dopo la pubblicazione di A momentary lapse of reason. L’organizzazione locale fu però una catastrofe: nessun bagno pubblico o punto di ristoro, tafferugli tra la folla con rischio di gravi incidenti per mancanza di significative zone cuscinetto, montagne di rifiuti e sporcizia. Unica soluzione alla ressa, un bagno in laguna. Il giorno seguente offrì un panorama che sintetizzava l’indifferenza italica per il nostro patrimonio culturale, ridotto a latrina a cielo aperto. Viene spontanea l’immagine di una affascinante nobildonna stuprata nonostante l’età, o forse proprio per questa. Altri esempi e testimonianze sono nell’articolo-intervista, in cui risalta, credo, la considerazione  dell’urgenza che la nostra società massificata anteponga le esigenze della civiltà a quelle dello spettacolo, ovvero dei celebrati media, il cui codice pare oggi indispensabile adottare se si vuol essere ascoltati. Ma non è facile parlare di corda in casa dell’impiccato.

Sarebbe bello se fossimo prima società civile e poi, eventualmente, società dello spettacolo, o dell’immagine. Certo, prima bisognerebbe essere consapevoli della nostra ricchezza, assumere o sviluppare questa consapevolezza, che è un misto di sensibilità innata e apertura intellettuale, to begin with. Non necessariamente una conoscenza, dunque, ma almeno una vaga percezione dell’esistenza di qualcosa di vagamente misterioso eventualmente da fuggire come la peste, ma che autorizza a un diverso criterio di valutazione della realtà, anziché a considerare ciò che è alla base della nostra unica identità culturale una montagna di vetusto ciarpame di cui sbarazzarsi al più presto per conservarne nel migliore dei casi, appunto, solo un’immagine sui libri di storia piuttosto che negli archivi digitali. Oppure da sfruttare secondo logiche puramente speculative, per produrre utili legittimi, invece, soltanto secondo un disegno economico capace di coglierne e magari valorizzarne la ricchezza intrinseca. Un diverso criterio di valutazione che si alimenti tanto di discipline umane quanto di quell’immaginario tecnico (vale il discorso precedente) oggi almeno nel web così ampiamente rivalutato, forse per la prima volta nella storia su scala globale.

Perché quel patrimonio è fatto di materia unica e irriproducibile, soggetta ad erosione irreversibile in caso di incuria o, peggio, di sfregio. Quindi da preservare nel suo qui e ora, a beneficio nostro e delle generazoni future. Un’erosione da misurare col cervello e sentire con il cuore. Perché, laddove oggi le troviamo, le nostre piazze e città, come dice Settis, hanno sedimentato lentamente, per un millennio, con una complessa stratificazione di storia e di uso e culture umani che nessuno ci autorizza a banalizzare o deturpare. E continuano a farlo oggi (da qui l’importanza di un loro uso attuale purché compatibile, e il pericolo di un ab-uso), senza simulacri o rifacimenti à l’identique che tengano.

Perché entrambi suonerebbero, come nei centri commerciali californiani, più falsi dell’immagine di cui sopra. Con l’aggravante di voler scimmiottare qualcosa di autentico che per gli uni è estraneo all’identità di una società civile e vi è ammissibile solo in coraggiosi termini citazionistici di avanguardia postmoderna (ma certamente non in un verosimilmente anonimo manufatto commerciale), e per gli altri è ormai perduto per sempre. L’unica alternativa sensata è la Conservazione, con il suo braccio istituzionale rappresentato dalla tutela. E appunto con il suo cuore vitale fatto di un’identità possibilmente sentita, meglio se pulsante.

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