Ladri di merendine

Leggo che le facoltà scientifiche delle nostre università sono in crisi. Fisica, Chimica e Matematica in particolar modo fanno fatica a reclutare nuove leve per preparare la futura classe dirigente. Soluzione trovata: i magnifici rettori si lanciano in un ardito programma di marketing accademico che ha come provvedimenti di punta non solo il risarcimento di parte della retta annuale ma anche l’elargizione di prestigiosi benefit quali sostanziosi crediti per messaggini SMS, sconti sui biglietti del treno e altre simili amenità. Il Politecnico di Milano arriva allo strabiliante programma che vede fitti agevolati per gli studenti disposti a condividere un alloggio con un anziano. Misure dalle quali un aspirante universitario con le idee poco chiare sul proprio futuro (male: significa che non ha ricevuto un’educazione, cosa di cui non è ovviamente responsabile) dovrebbe trovare uno stimolo per studiare. I rettori abdicano così al proprio ruolo di amministratori della classe didattica d’élite del paese per trasformarsi in direttori vendite di una multinazionale della grande distribuzione organizzata. Come non avviene neanche in America, o forse avviene soltanto negli incubi dei pastori delle chiese avventiste del settimo giorno per racimolare nuovi "fedeli". Soltanto che mentre in America la cosa ha un senso dato il differente e sostanzialmente meritocratico contesto socio-economico e culturale, noi siamo in Italia e la cosa fa senso.

In un paese, cioè, in cui si mortificano la dignità e le aspirazioni delle figure più nobili della compagine sociale, ovvero quei ricercatori che votano un’esistenza al sapere in cambio di un destino di sicura miseria, ma anche quegli insegnanti che alla trasmissione dell’amore per la scoperta intellettuale dovrebbero unire la passione per l’impegno educativo di menti vergini da deflorare con il germe di un’incessante inquietudine conoscitiva. Qui, a differenza che in America, abbiamo ricercatori ridotti a un rango di gran lunga più umiliante di quello di un parcheggiatore abusivo (il paragone non regge, perché da noi i parcheggiatori abusivi mettono insieme anche 2-3000 euro al mese). E abbiamo, almeno fino ai corsi universitari ma non solo, insegnanti immaturi (fin qui niente di troppo grave, si cresce inseme) ma soprattutto, spesso, allergici non dico all’aggiornamento ma persino alla lettura.

Non ci sono fondi, si protesta. Ci allontaniamo dagli standard europei, ci si indigna. E magari mentre lo si fa si punta l’indice contro le presunte ingerenze di uno spiritualismo le cui matrici, anzi, in Italia hanno promosso la ricerca come raramente altrove. Ma gli standard europei si affrontano coltivando e rafforzando la nostra specifica identità culturale anziché pretendendo di appiattirla su quella di un’"unione" reclamata più in termini di politiche finanziarie (di comodo) che esistente in quelli di una cultura effettivamente unitaria. E i fondi si trovano innanzitutto nella motivazione delle persone, nell’istinto soggettivo alla qualità da instillare a prescindere dal miraggio dell’inserimento professionale, nell’esempio dato ai colleghi più giovani, nel coltivare le vocazioni quando sono autentiche e nel separare la struttura e i criteri di gestione delle istituzioni didattiche dagli standard deviati di un efficientismo aziendalistico che nulla dovrebbe avere a che fare con l’educazione al sapere, così come con la gestione sanitaria o la tutela del patrimonio culturale. Ma le nostre università promuovono esattamente l’opposto.

I buoni-sconto per l’acquisto di merendine non potranno mai nulla di fronte all’ignoranza più vera e incrollabile, ossia il mancato desiderio di conoscenza se non addirittura il deciso desiderio di non conoscenza. Un paese che si dà università che perseguono un modello di organizzazione didattica degno di un mediocre asilo nido, con la promessa di un titolo finto conquistato dopo un triennio di compitini predigeriti e preparati a furia di appunti scritti soprattutto sul registro delle presenze piuttosto che costruendo con fatica critica e fisica il proprio piano di studio, non può che meritare una futura classe dirigente fatta di "laureati" allergici a qualunque supporto stampato e che considerano gli studi più come moneta di scambio per il posto che strumento di arricchimento personale per il pasto. Oltre che per capire chi siamo e dove ci troviamo, magari con la capacità di esprimerlo almeno nella lingua madre.

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1 commento a “Ladri di merendine”


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