E tu, sei prosopoagnòsico?

Nel libro "L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello", il famoso neurologo e scrittore Oliver Sacks descrive casi clinici clamorosi, come il paziente che aveva addirittura difficoltà a riconoscersi allo specchio quando si radeva e, pur sapendo che non poteva che trattarsi del suo volto riflesso, faceva boccacce per esserne sicuro. In uno studio con la risonanza magnetica funzionale, pubblicato l’estate scorsa sulla rivista Nature Neuroscience, ricercatori delle Università di Glasgow e di Toronto hanno individuato il sistema di riconoscimento dei volti in un’area del cervello, il giro fusiforme, dove è archiviato un modello standard di faccia con cui confrontiamo ogni volto nuovo, fino a costruire una sorta di biblioteca mentale che ci consente di riconoscere gli altri. Le facce orientali ci sembrano tutte uguali, proprio perché corrispondono poco a questo modello mentale.

Non sono (almeno/ancora) affetto da questo disturbo, ma conosco qualcuno che ne soffre. Senza saperlo. Finisce per assumere atteggiamenti tra l’incivile e il grottesco del tutto involontariamente, perché arriva a poter incontrare in ascensore un conoscente frequentato anche assiduamente senza degnarlo del minimo gesto. D’altra parte penso che nel meccanismo del riconoscimento delle persone l’osservazione dei lineamenti del viso entri in gioco soltanto in misura infinitesima, soprattutto se abbiamo la possibilità di vederle in movimento, per studiarne gli atteggiamenti e l’espressività generale. Insomma, trattasi di tipico processo che conferma la nostra natura olistica. Alla faccia degli specialismi e come ben sa qualunque buon medico, siamo cioè ben più delle singole parti che ci compongono. In linea di massima.


Nel cervello la rappresentazione degli oggetti è indipendente dalla modalità sensoriale che convoglia l’informazione. In altre parole, quando il nostro cervello riconosce un oggetto, lo fa ricorrendo a una rappresentazione che va al di là della specifica modalità sensoriale con cui lo percepiamo.
(Mario Guazzelli, Università di Pisa)

Si chiama prosopoagnosia l’incapacità di ricordare i volti. Finora ritenuta rara, la cosiddetta "cecità per i volti" identificata nel ’47 dal medico tedesco Joan Bodamer, sarebbe, in realtà, piuttosto frequente. In uno studio pubblicato sull’American Journal of Medical Genetics, ricercatori dell’Università di Münster e sudafricani hanno scoperto che soffre dello strano disturbo il 2,5 per cento di 700 studenti scelti assolutamente a caso e, secondo Thomas Grüter, uno dei genetisti del gruppo, la sua frequenza sarebbe elevata in tutto il mondo (stando a questi dati, potrebbe soffrirne un milione e mezzo di italiani). Senza contare poi i casi in cui compare in età adulta a seguito di un danno cerebrale, ad esempio dopo un ictus che spesso provoca problemi di riconoscimento non solo per le facce, ma anche per oggetti comuni, con situazioni paradossali, in cui i pazienti non sanno più riconoscere una penna, ma capiscono subito cos’è se la prendono in mano. Nella prosopagnosia i volti vengono «visti» attraverso le orecchie, perché chi ne soffre riconosce le persone solo sentendone la voce: per accedere all’archivio della memoria non usa il collegamento fra gli occhi e il centro cerebrale che riconosce i volti, ma quello collegato all’identificazione della voce che corrisponde a quel volto. Le altre sindromi simili.
[
Corriere salute ]

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