Soluzione al 98%

Mi soffermo ancora sul concetto di "Long Tail", che da qualche tempo imperversa come un autentico tòpos nell’immaginario degli osservatori del web nella sua evoluzione e nelle sue implicazioni socio-economiche e culturali. Definita in beve, l’espressione rappresenta la tendenza per cui, se il canale di accesso ad un repertorio di fonti è sufficientemente ampio, l’insieme delle fonti cui si attinge meno frequentemente è quantitativamente nettamente superiore a quelle che godono di maggior popolarità. L’espressione, già esistente in statistica nella teoria della probabilità, è stata usata nel 2004 per la prima volta con riferimento al Web, e in particolare alla blogosfera e alle sue ricadute economiche, in un articolo del direttore del magazine online Wired Chris Anderson. Il "canale" sarebbe rappresentato quindi dal web, con i blog più autorevoli, tali cioè da poter vantare il maggior numero di link in entrata (secondo il noto criterio affermato da Technorati), a rappresentare le hit o "fonti" più popolari e frequentemente consultate, e la miriade di blog personali di individui o gruppi relativamente sconosciuti a costituire la "coda lunga" di un universo quantitativamente, nel suo insieme, molto più massiccio dei siti top-ranking. Non solo: minore è la popolarità dei siti e maggiore risulta il loro numero, con una proporzionalità inversa tra numero e popolarità, e quest’ultima tendente a zero per un numero di blog che tende all’infinito.

Se la teoria tiene e assume un valore di previsione oltre a quello puramente descrittivo, avremo dunque un numero crescente di siti personali sempre meno noti, con l’assurdo di un assoluto teorico rappresentato da infiniti siti del tutto sconosciuti, ovvero la fine del blog inteso come strumento di comunicazione oltre che di riflessione solitaria. Le implicazioni di tutto questo sul versante economico sono contraddittorie. Secondo Anderson, autore di "The Long Tail - Why the future of business is selling less of more", l’applicazione della nozione di long tail alle vendite on line di siti come Amazon.com o Netflix.com, giganti rispettivamente dell’editoria e del noleggio di supporti digitali multimediali attraverso la rete, si tradurrebbe alla lunga in una vera e propria regola per cui la disponibilità di scaffali virtali potenzialmete infiniti, garantita dalla vastità del canale di vendita offerto da Internet, favorisce il ricorrere di questo valore percentuale per descrivere il successo di prodotti tradizionalmente esclusi dal mercato reale per scarsità di domanda. Tradotto in soldoni e con buona approssimazione, qualunque sia la categoria merceologica messa in vendita su Internet, qualcuno prima o poi da qualche parte la comprerà. Come ricordato dalla reativa voce di Wikipedia, un ex impiegato Amazon descriveva il concetto di Long Tail con queste parole:

Oggi abbiamo venduto più libri tra quelli che ieri non hanno venduto nemmeno una copia che tra tutti quelli che ieri hanno venduto almeno una copia.

Ma non tutti sono d’accordo sull’entusiasmo con cui valutare i dati. Lee Gomes riflette sul Wall Street Journal on line sul fatto che si è ancora lontani da un vantaggio effettivo offerto dai "sani prodotti di nicchia" ai fornitori di contenuti on line e quindi ai consumatori, e che un’analisi più attenta delle stesse vendite di Amazon e Netflix, così come di vari venditori di musica in streaming web quali iTunes, Ecast e Rhapsody, mette in evidenza un dominio ancora incontrastato di poche hit molto popolari. Con un ulteriore allargamento del catalogo degli streaming audio in vendita rispetto alla data di pubblicazione dello studio di Anderson, sarebbe cioè in aumento la percentuale dei pezzi mai richiesti. D’altra parte una diversa modalità di analisi delle cifre, messa in dubbio dal redattore di Wired, mostrerebbe come un vistoso 75% degli introiti di Amazon resterebbe assicurato da un esiguo 2,7% dei titoli offerti. Alla cautela nel valutare gli effetti della Long tail contribuisce anche la blogosfera. Questo dimostrerebbe secondo Gomes Bloglines, popolare strumento di gestione e condivisione dei contenuti on line di publisher indipendenti, i cui 1,2 milioni di blog monitorati vedono il 10% dei feed più richiesti suddivisi tra l’88% delle sottoscrizioni via RSS syndication. C’è ancora tempo, insomma, per valutare il colpo di coda finale.

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