Figuriamoci se poteva finire diversamente. In Italia va sempre così, due passi avanti e tre indietro. Per una volta mi sorprendo d’accordo con Gerardo D’Ambrosio, ex numero due della Procura della Repubblica di Milano, sul senso di nausea sollevato dall’epilogo della vicenda legale che ha sconvolto il calcio italiano. Sembrava che con il primo grado del processo a Calciòpoli si potesse riuscisse a dare una spallata decisa, per quanto sostanzialmente accomodante, al malaffare dei soliti noti di un mondo ormai privo degli unici valori che dovrebbero animare lo sport. Sarà retorico ma è così, perché c’è anche gente che gioca pulito (o sostanzialmente pulito, il che ai vertici del calcio non fa differenza) ed è la maggioranza. E invece la sentenza di appello ha fortemente ridimensionato l’esito, con condanne semplicemente vergognose che lasciano le cose quasi invariate e non danno certo lo scossone che certi club più simili ad aziende meritavano.
E’ la nostra giustizia all’acqua di rose, che si rifugia nel garantismo solo quando di mezzo ci sono i potentati dell’alta finanza e i reclutatori di stragisti. D’Ambrosio farebbe bene a ricordare certi risvolti del discutibile giustizialismo di ambiente meneghino forse per lui scomodi, prima di sbilanciarsi come ha fatto. Ma almeno in questo caso, il risentimento e la condanna della società civile e del mondo sportivo erano stati unanimi. Sembrava che ci avviassimo alle idi di marzo del calcio disputato a suon di alleanze e vassalaggi, di minuetti e genuflessioni.
Anche dall’interno non mancavano gli appelli all’epurazione generalizzata, rafforzati dall’azione catartica della vittoria
mondiale. Ma poi è bastato che qualcuno si facesse intervistare in lacrime da vitello o facesse la conta dei minuti passati al cellulare per impietosire un collegio giudicante probabilmente spaccato in due (Rossi contro gli altri) e ridimensionare il sentimento d’onta collettiva, sprofondando ancora una volta l’Italia nel ridicolo. Prima la Federazione con la pedissequa accettazione della squalifica a Materazzi, ora la Lega con la patetica tavolata a base di tarallucci e vino. E c’è anche qualcuno che riscopre il candore di Moratti, ricordandosene soltanto quando si staglia il rischio di un nuovo commissariamento dei vertici del calcio. E c’è ancora qualcuno che ha lo stomaco di farsi beffe di chi preferisce altre pietanze, e non accetta lezioni in fatto di sportività ed eleganza.
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Torino - Luciano Moggi spara a palle incatenate contro tutto il mondo del calcio. «Sono contento per chi è riuscito a salvarsi, ma scontento per la Juve che difenderò in tutte le sedi opportune». Lo ha detto l’ex direttore generale della Juve all’indomani delle sentenze d’appello che hanno lasciato in serie B solo il club bianconero. «La Juve non ha niente da farsi perdonare - ha osservato in un incontro con i giornalisti - perché i suoi dirigenti si sono comportati sempre nel modo giusto. Tutto quello che è stato detto e fatto verrà smontato. È giusto che la Juventus ricorra e anch’io lo farò all’estremo limite».
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Leggo or ora sulla home page de La Repubblica che lo scudetto 2005/06 è stato asseganto all’Inter. Sapendo che tieni alla squadra di Moratti, mi faceva piacere sapere un tuo commento. Dal mio punto di vista, è un’ottima notizia per il senso di giustizia che ogni sentenza dovrebbe soddisfare, un pò meno dal punto di vista squisitamente sportivo, in quanto aggiudicarsi un titolo in questo modo ha un sapore piuttosto triste.Ciao e buona serata.
Sono d’accordo con te. Ovviamente come tifoso mi fa piacere per il palmarès, ma è altrettanto chiaro che non c’è molto da festeggiare, anzi questo è in un certo senso il sugello della sconfitta del calcio italiano. Però come ho scritto in un altro post credo anche che lo scudetto sia un giusto premio all’onestà e lealtà di Moratti.
«Provo piena soddisfazione per l’assegnazione del titolo alla società e alla squadra che si è comportata correttamente»: questo il commento del patron dell’Inter, Massimo Moratti, dopo l’assegnazione dello scudetto.
[ Corriere.it ]