Big Luciano e l’Opera da tre soldi

Dicono che lo scudetto dell’annata 2005-2006 non ci spetti. Dicono che "noi gli scudetti li sappiamo vincere soltanto così". Per anni abbiamo subito il sarcasmo di juventini e milanisti, deglutito e aspettato, replicando  per lo più con l’argomento delle alterne fortune di una squadra matta per definizione. Un tifoso bianconero mio conoscente, imprenditore edile (édile, come diceva lui) ricco sfondato e di ignoranza sterminata, simpaticamente mi rivolgeva la parola solo per ricordarmi che gli amici interisti vivevano nello sconforto di non aver mai potuto vedere i propri bambini gioire per la conquista di un trofeo da parte della squadra del cuore.

Un altro, infermiere milanista ("Fare il volontario sulle ambulanze?? Fossi matto!") disposto a socializzare solo per l’occasionale sfottò, con sensibilità tutta assistenziale si vantava di tifare per una squadra vincente e sempre in corsa fino all’ultimo per lo scudetto alla faccia dei cugini nerazzurri.

Ma sul Corriere di qualche giorno fa Massimo Moratti reclamava con inusuale veemenza il titolo per l’ultimo campionato disputato, adombrando la possibilità di una richiesta di risarcimento. A mio parere del tutto legittima, a fronte dei miliardi di vecchie lire spesi per anni e in silenzio con l’ingaggio di campioni prestigiosi, da esaltare in quelle che riteneva gare sportive invece poi rivelatesi mafia (un episodio per tutti: il plateale rigore su Ronaldo negato in area bianconera alla fine del campionato ‘98). La notazione è ovviamente mia, perché mai il (troppo) buon Moratti si sarebbe sognato simile terminologia.

Non ho ancora deciso se schierarmi tra i morattiani o invece quanti, alcuni pare autorevolissimi, riterrebbero poco onorevole un’assegnazione a tavolino o de jure dell’ultimo scudetto. E probabilmente non lo farò mai. Mi limito ad osservare che, se Moratti la spuntasse, lo scudetto sarebbe stato certamente vinto sul campo non meno di altri. Non solo perché risulterebbe conquistato con la forza della sportività e della correttezza di un gruppo che ha la fortuna di ricevere l’esempio di una dirigenza, e in particolare di un Presidente, evidentemente davvero unici in quel mondo di Squali che è innanzitutto, ma non solo, l’elite del calcio italiano. Il che non equivale naturalmente ad una richiesta di beatificazione in blocco della società di Foro Buonaparte.

Ma soprattutto perché è esattamente sul campo che si concretizzavano gli effetti del malaffare di cui per anni si sono imbrattate dirigenze da molti considerate la parte migliore dell’organico di certe società. Se Dio vuole, l’attesa è finita. (Illustrazione 1101.com)

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9 commenti a “Big Luciano e l’Opera da tre soldi”


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