Il nostro governo di "pacifisti" si indigna esclusivamente per la reazione militare di Israele definendola "sproporzionata" rispetto agli attacchi missilistici di Hezbollah e Hamas anche su obiettivi civili e città di storia millenaria pur senza citarli, e magari mettendoli in discussione?
I funambolismi verbali di una coalizione di maggioranza che si gingilla con neologismi più adatti ad un salotto radical-chic d’accatto che alla guida politica di un paese offendono l’intelligenza della nazione? Niente paura, ci pensa Oliviero Diliberto a rassicurarci dal rischio di una guerra nucleare in Medio Oriente. Il docente di diritto romano ed ex guardasigilli della repubblica, attuale segretario del Partito dei Comunisti Italiani amici del governo Prodi e del suo ministro D’Alema, invoca l’invio di nostre truppe di interposizione di pace al confine israelo-libanese. E se invece da quelle parti ci andasse lui, visto che può vantare una solida amicizia con lo sceicco Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah ("Esercito di Dio"), quel movimento paramilitare sciita e fondamentalista che ha lanciato gli attacchi suicidi come forma di lotta, avente come scopo la distruzione dello Stato d’Israele e al suo attivo centinaia di morti israeliani, americani, occidentali, civili e non?
Chissà che non gli torni comodo anche il prestigioso sodalizio con il Baath siriano, partito nazionalsocialista che impone al paese una feroce dittatura e concede ospitalità a gruppi terroristici, impegnato non solo recentemente come attiva fucina e testa di ponte mediorientale del terrorismo globalizzato, ma anche a far naufragare ogni prospettiva di pace nella storia delle relazioni tra israeliani e palestinesi, tanto che la stessa Anp di Abu Mazen ha denunciato l’appoggio dato da Damasco al terrorismo della Jihad islamica.
Non pago del prestigio offerto da tali e tante entrature nell’élite di un Medioriente squassato da folli proclami d’odio di "statisti" che auspicano la distruzione di un altro stato sovrano mettendo in discussione gli equilibri politici e gli orrori della storia contemporanea, il nostro governo "progressista" non si risparmia gli atteggiamenti più nefasti. Tra cui quello a dir poco ambiguo tenuto finora in relazione alla garanzia di copertura militare della missione in Afghanistan sollecitata dall’Onu e dai partner europei eventualmente chiamati a compensare le nostre carenze di uomini e mezzi, azzerando la già esigua credibilità internazionale residua di cui godiamo di fronte agli impegni militari cui siamo tenuti nei confronti tanto dei militari nostri e dei paesi alleati, quanto di un Afghanistan ancora martoriato dalla guerra e dalle violenze talebane sulla popolazione, opportunamente taciute da una stampa organica e accomodante.
Obblighi che, tanto più alla vigilia dell’apertura dei lavori del G8 a San Pietroburgo, ci riguardano anche in quanto potenza industriale, e il cui mancato rispetto conferma tra l’altro l’indifferenza se non l’inconsapevolezza del baraccone di centrosinistra di fronte al potenziale contraccolpo derivante alla nostra economia dalla sudditanza agli interpreti di un pacifismo da avanspettacolo, propagandistico e acritico. Perché, come sempre, indifferente e disinteressato alle dinamiche del contesto storico di appartenenza. Buono per tutte le stagioni.
Diritti
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I diritti di Israele: una prova per l’Occidente
d Magdi Allam
(Corriere della Sera, 19 luglio 2006)
Al di là delle differenti opinioni sulla nuova crisi in medio Oriente, emerge che per gran parte del mondo il diritto di Israele all’esistenza è una variabile dipendente, non un principio inviolabile delle relazioni internazionali. Anche il nostro Occidente legittima pienamente non soltanto degli Stati che non hanno relazioni diplomatiche con Israele, ma si dicono disposte ad averle qualora sorgesse uno Stato palestinese, ma legittima anche quegli Stati e gruppi che hanno scatenato una guerra del terrore e predicano l’annientamento di Israele.
E’ una riflessione che si impone quando da parte dei governi, dei parlamenti nazionali e dell’Unione Europea si deplora l’uso "eccessivo" della forza o la reazione "sproporzionata" di Israele, limitandosi a mettere a confronto un certo numero di israeliani uccisi contro un numero maggiore di vittime palestinesi e libanesi, l’impiego di aerei e lanciamissili contro kamikaze e razzi. Senza contestualizzare gli eventi bellici, citando en passant la volontà di distruggere Israele quasi si trattasse di uno dei tanti elementi della crisi. Finendo per mettere sullo stesso piano l’attentato terroristico sferrato da chi disconosce il diritto di Israele all’esistenza e la rappresaglia militare di chi difende il proprio diritto alla vita. E nella condanna indistinta della violenza e nell’appello generico alla pace, si finisce di fatto per delegittimare il terrorismo. Occultandone la natura aggressiva, giustificandolo come "reazione" ai bombardamenti, nobilitandolo come "resistenza" all’occupazione. In questo clima saturo di disinformazione la realtà viene mistificata, i pregiudizi religiosi e ideologici nei confronti di Israele riesplodono con modalità e graduazioni diverse.
Ebbene, una corretta informazione fa emergere come l’inizio della crisi sia stato l’attentato terroristico compiuto il 25 giugno scorso da un commando di Hamas, partito da Gaza non più occupata, che ha ucciso due soldati israeliani e rapito un terzo. Un’iniziativa che ha voluto sabotare la speranza della ripresa del negoziato, riaffiorata dopo il vertice tra il presidente palestinese Abu Mazen e il premier israeliano Olmert a Petra il 22 giugno, sotto gli auspici del re giordano Abdallah II. Un copione già visto quando nell’ottobre del 1993 Hamas scatenò per la prima volta i suoi kamikaze sugli autobus a Gerusalemme e Tel Aviv per sabotare il nascente processo di pace siglato il 13 settembre 1993 a Camp David tra Arafat e Rabin. Succesivamente alla rappresaglia militare israeliana a Gaza, è scattata la seconda fase della crisi. L’8 luglio i terroristi dell’Hezbollah sono penetrati in territorio israeliano, partendo dal Libano meridionale che non è più occupato dal 2000, uccidendo otto soldati e sequestrandone due. In questo caso si è trattato di un terrorismo su procura per scatenare un conflitto in Libano al fine di alleggerire la pressione della comunità internazionale nei confronti dell’Iran sulla questione del nucleare. Un copione simile a quello di Saddam, quando il 3 giugno 1982 commissionò a Abu Nidal l’uccisione dell’ambasciatore israeliano a Londra, Shlomo Argov, determinando la decisione israeliana di invadere il Libano il 6 giugno, al fine di distogliere l’attenzione dal massacro, con i gas chimici, di migliaia di soldati iraniani a un passo dalla presa di Bassora.
La legittimazione di Hamas, Hezbollah, Assad e Ahmadinejad viene acreditata sulla base del fatto che sono stati liberamente eletti dai rispettivi popoli. Ebbene, oggi è l’Occidente per primo, dal momento che è impegnato nella diffusione della democrazia nel mondo, a dover rispondere a un quesito fondamentale: può essere considerato democratico chi nega il diritto all’esistenza di Israele e pratica il terrorismo per distruggerlo? Ed è l’Occidente per primo, a circa 60 anni dall’Olocausto degli ebrei frutto del regime nazista andato anch’esso al potere democraticamente, a doversi pronunciare in modo inequivocabile sulla legittimità delle forze islamiche "democratiche" che stanno promuovendo una guerra volta a cancellare la patria degli ebrei dalla carta geografica. Ecco perché dovrebbe essere propro l’Occidente a prendere l’iniziativa di accreditare sul piano del diritto internazionale che il diritto all’esistenza di Israele è un principio inalienabile e un valore incontrovertibile che sostanzia la democrazia. Che, pertanto, predicare e operare per la distruzione di Israele è un crimine contro l’umanità e una negazione della democrazia, che non può prescindere dal riconoscimentoo del diritto alla vita e alla libertà di tutti.
La condanna del terrorismo e dell’estremismo religioso è d’obbligo, ma non puo’ essere unilaterale. A volte si ha la sensazione che qualcuno si dimentichi del terrorismo sionista e della discriminazione su base etnico-religiosa esistente ancora oggi in Israele.
Il terrorismo è sempre una piaga, figurarsi quando si erge a unica forma di di interazione con il vicino politico, anche al di fuori di un contesto di negoziazione, quandanche di facciata. Ma sempre meglio che farsi saltare in aria in pizzeria.