Farina del suo sacco

Renato Farina, giornalista e vicedirettore di Libero, sta subendo un vergognoso linciaggio mediatico. La sua collaborazione con il Sismi in relazione alla vicenda del sequestro Abu Omar, imam gravemente implicato nella gestione e nel controllo di una rete di reclutamento di aspiranti "kamikaze" - termine improprio, inaccettabile semplificazione giornalistica - in vili attentati terroristici ai danni di civili di tutto il mondo, sequestrato a Milano dalla Cia in collaborazione con esponenti dei servizi segreti italiani, è stata ritenuta penalmente perseguibile dalla Procura di Milano, che su di lui indaga per favoreggiamento in reato non meglio specificato nell’ambito di un’inchiesta che ha colpito i vertici del servizio segreto militare nazionale. Al di là dell’aspetto penale del coinvolgimento di Farina, si pone una questione di etica professionale.

Farina avrebbe infatti approfittato della propria posizione per rivelare agli zerozerosette informazioni acquisite tramite un apparentemente inconsapevole collega cronista giudiziario su alcuni esponenti della Procura per monitorarne le acquisizioni in relazione alla vicenda del sequestro, e ricevendo per questo un adeguato compenso. Probabilmente dal punto di vista deontologico l’operato di Farina non è stato esemplare, ma personalmente non ritengo che il giornalista meriti particolari critiche. Le meriterebbe se l’universo giornalistico fosse un eden di Eroi epici di specchiata virtù, ma la realtà è un altra.

La realtà è fatta di un oceano di sfruttati, come ovunque, cui si contrappone (fenomeno invece non comune) una cerchia, una lobby di cui il governo Prodi non casualmente si è guardato dall’intaccare i privilegi perché prevalentemente organica ai propri interessi politico-elettoralistici di bottega, di relativamente pochi professionisti iperpagati e discretamente snob convinti per lo più di appartenere ad una casta di intoccabili per il semplice fatto di invadere sia la carta stampata, con parole spesso trascurabili, sia l’etere, se non la rete, con atteggiamenti da maestri di pensiero che solitamente non hanno i fondamentali della sintassi e dell’ortografia, quando non dello stile. La realtà è fatta di cronisti in sahariana con una corte che-neanche la-Defilippi, convinti di essere depositari della Verità e dell’Obiettività, di cui però dimostrano di ignorare i presupposti ogniqualvolta si tratti di gettare luce su realtà geograficamente collocate a ovest di Trieste e a nord di Abbiategrasso, perché-là-si-sa-che-c’è-lo-sviluppo, e allora ci si può sfogare con il più gretto pregiudizio antioccidentale e in nome di un comodo pacifismo acritico. La realtà è fatta di primedonne votate al martirio che si infilano nella bocca del leone per poi piangere come vitelli da latte, e che importa se qualcuno ci lascia le penne per salvar loro il culo.

Tanto poi ci pensa la magistratura. Quella che impiega anni per concludere le indagini antiterroristiche, e quando le conclude manda assolti, perché congeniali all’apparato ideologico e politico di elezione, onesti eroi impegnati in atti di guerriglia con il lieve dettaglio di organizzarli lontano dal teatro di guerra ma con il sogno di portarcela. Quella che solleva lo sdegno di chi non vuole altri macellai ed è disposto a combatterli con ogni mezzo, a cominciare da quelli dello spionaggio che sono per definizione incompatibili con la legalità ordinaria ma per delega governativa, e dunque non solo ammissibili ma indispensabili.

Non credo serva una particolare cultura giuridica per capire che in questi anni l’interazione tra i servizi segreti di paesi diversi ponga problemi nuovi sul piano della definizione dei campi d’azione, ma una cosa è certa: un terrorismo globalizzato e generalizzato, senza frontiere né i confini morali che, per quanto assurdamente, la storia dei gruppi armati ha dimostrato a tratti, richiede un’azione coordinata e sovranazionale dei servizi di spionaggio e controspionaggio che non sia ostacolata o perseguita dalle magistrature nazionali ma piuttosto utilmente supportata al di fuori da logiche di contrapposizione politico-ideologica. Magari nell’ambito di un disegno che precisi nuovi ruoli per quell’unità europea cui certo squallido governume della sinistra italiana ha finora dimostrato di saper contribuire esclusivamente secondo criteri di imposizione fiscale.

Anche alla luce di questo, ad un universo giornalistico tanto desolante e fazioso, personalmente preferisco di gran lunga un Farina che antepone la propria coscienza di cittadino che difende attivamente il proprio Paese dalla minaccia di un terrorismo globale, e che va globalmente combattuto, ad un’"etica professionale" ormai già ampiamente delegittimata e mortificata dagli esempi di cui sopra.

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2 commenti a “Farina del suo sacco”


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