Più che altro un promemoria. Non in quanto consumatore ma per un riferimento utile alla prima immancabile diatriba in materia, riporto un estratto dell’articolo "Un festival di canne" pubblicato su "Io donna" di oggi.
"Per la scienza il concetto di droga leggera non esiste, e non perché siamo bacchettoni", precisa Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di Salute mentale al Fatebenefratelli di Milano. "Qualsiasi droga indebolisce i processi di plasticità cerebrale e di neurogenesi, cioè la rigenerazione dei neuroni, con effetti negativi sulle sostanze utilizzate dal cervello per trasmettere gli stimoli". Oltre a causare tumori più del fumo di sigaretta, la cannabis provoca deficit cognitivi danneggiando le aree pre-frontali del cervello. "Le connessioni della corteccia cerebrale maturano solo fra i 21 e i 24 anni" prosegue Mencacci. Se si comincia a fumare prima, la cannabis può minacciare il cervello immaturo in due modi: provocando la cosiddetta sindrome amotivazionale - perdita di concentrazione, abulia, alterazioni dell’attenzione e della memoria - oppure esporlo a disturbi psicotici. Ci sono dati incontrovertibili sulla relazione fra uso di cannabis e patologie psichiatriche". Però chi fuma da vent’anni e conduce un’esistenza normale, magari di successo, sostiene che è poco più che bere un bicchiere di vino… "Quelli sono i reduci di una guerra" dice l’esperto; "perché non diciamo ai giovani che esistono anche i feriti e i caduti? Meglio rimandare la prima canna ai 35-40 anni". Come, scusi? "A quell’età il cervello è completamente formato e i rischi sono minori, anche se concreti: attacchi di panico, abbassamento del tono dell’umore, disturbi del sonno".
Quasi quasi…
C’è un altro fatto che i "reduci" non possono ignorare: la canna della loro adolescenza non esiste più. Oggi - concordano gli esperti - il contenuto di Thc [tetraidrocannabinolo, il principio attivo di hashish e marijuana] è quadruplo rispetto a dieci anni fa: colpa delle piante geneticamente modificate che arrivano da Albania e Montenegro. Hashish e marijuana non andrebbero più a stimolare il loro recettore specifico all’interno del nostro cervello: gli scienziati israeliani, che l’hanno scoperto vent’anni fa, lo hanno battezzato anandamide. Nome un po’ istigatore perché in sanscrito significa beatitudine… "La "nuova" cannabis agisce sugli stessi recettori cerebrali della cocaina" chiarisce Mencacci "con effetti psichici molto più potenti".
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