Dice: perché devo a Pino Scaccia questo post d’esordio? Perché è stato quel crocevia di opinioni, sensazioni e ragioni che probabilmente è ancora la sua Torre di Babele a introdurmi, malgrado egli ne avrebbe fatto ampiamente a meno, a questo universo parallelo, virtuale e un po’ sfigato ma sicuramente prezioso che è la blogosfera, termine tanto raccapricciante quanto ormai significante.
Perché rimanda a una realtà ineludibile per chiunque nel nostro tempo abbia l’inquietudine dolente e prevalentemente scomoda della curiosità, sia pure con le pastoie cognitive e i non sempre colpevoli limiti intellettuali (non necessariamente intellettivi) di una generazione cresciuta a copincolla e di un mezzo che promette di esprimerne il pensiero on line in cinque-minuti-cinque, garantendo un’attenzione spesso discutibile. Più che altro, garantendo di esprimerne il pensiero. Come se la cosa si riducesse a capienza di server, larghezza di banda e logica di reti.
Ma questa valvola di sfogo globale e allo stesso tempo di nicchia, questo laboratorio collettivo e iperconnnesso di creatività ed espressività che è la blogosfera non può che arricchire la società aumentando la circolazione delle idee e delle conoscenze attraverso canali di scambio potenzialmente devastanti e dunque utili se impiegati secondo buon senso, nonostante l’inevitabile sovraccarico di informazioni che produce. E nonostante la soggettività del buon senso stesso.
Insomma è stato Blogfriends, detto anche Blogtovarich, para-blog scaccesco collettivo, molto più para- che altro, a rafforzare la consuetudine di questi luoghi. Così, dopo un congedo del tutto volontario da una tribuna di voci diverse a cui si era smesso di riconoscere la stessa facoltà di espressione in nome di un senso del rispetto altrui inteso a corrente alternata, di una personalissima concezione della salvaguardia della pluralità di vedute anche politiche e di una pretesa di obiettività spesso impropriamente mutuata da doti e meriti professionali comunque indiscutibili, mi ritrovo ancora a misurarmi, tra il serio e il faceto, con l’interrogativo di albertiana memoria che da sempre mi attanaglia:
Peccato: da quelle parti non è più possibile. Così lo faccio in questo spazio personale, fingendo la maturità necessaria.
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